{"id":892,"date":"2022-04-05T14:57:46","date_gmt":"2022-04-05T14:57:46","guid":{"rendered":"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/?p=892"},"modified":"2023-02-17T15:56:56","modified_gmt":"2023-02-17T15:56:56","slug":"intervista-a-enrico-betti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/intervista-a-enrico-betti\/","title":{"rendered":"Intervista a Enrico Betti"},"content":{"rendered":"\r\n<p>di Achille Omar Di Leonardo<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<figure class=\"wp-block-table alignleft is-style-stripes\">\r\n<table>\r\n<thead>\r\n<tr>\r\n<th><em><strong><em><strong>Roma, 29 ottobre 2007<\/strong><\/em><\/strong><\/em><\/th>\r\n<\/tr>\r\n<\/thead>\r\n<tbody>\r\n<tr>\r\n<td><em><em><em><em><em>Questa intervista a Enrico Betti \u00e8 il risultato una lunga chiacchierata sulle vicende di un soldato che ha affrontato la guerra da un pezzo di artiglieria da 75\/27. Betti \u00e8 un uomo grande e pacioso, simpatico e cordiale, tenero ma coraggioso anche se lui racconta che certe cose si facevano sulla scia dell&#8217;incoscienza. I suoi racconti sono spontanee rappresentazioni, a volte in romanesco, che si calano bene nella vita del soldato, nel suo vivere l&#8217;esperienza della guerra fatta non solo di paure e di azioni ardite ma anche di furbizia, di cameratismo e di spensierata vita militare. Certamente \u00e8 un modo tutto suo di filtrare gli eventi dei quali restano soprattutto i momenti belli. Le situazioni tragiche non sono cancellate ma semmai raccontate smorzando i toni, sdrammatizzano, con pudore e quasi in punta di piedi per non tediare l&#8217;interlocutore ma \u00e8 chiaro che traspaiono tutta la tragicit\u00e0 e gli orrori di quella esperienza, un modo per sopravvivere a situazioni <em><em>paradossali<\/em><\/em>. Betti \u00e8 un&#8217;onda alta, un fiume in piena che si libera per la prima volta dei sui ricordi tenuti in un fascio, stretto dal timore che certe storie non interessino a nessuno. Ed invece scopre che non solo sono storie interessanti, per il suo modo unico di saperle raccontare, ma anche un patrimonio di esperienze che quasi nessuno ha il coraggio e la sincerit\u00e0 di volerle esternare come lui riesce a fare. Betti \u00e8 una persona che ti tiene incollato alla sedia, staresti ad ascoltarlo per ore perch\u00e9 riesce a trasmetterti le sue emozioni con il cuore, con dovizia di particolari e con sincera spontaneit\u00e0 ed \u00e8 con quel cuore che \u00e8 capace anche di commuoverti e di trascinarti dentro gli eventi, dentro la sua storia.<\/em><\/em><\/em><\/em><\/em><br \/><em><em><em><em><br \/><em>Achille Omar Di Leonardo<\/em><\/em><\/em><\/em><\/em><\/td>\r\n<\/tr>\r\n<\/tbody>\r\n<\/table>\r\n<\/figure>\r\n\r\n\r\n\r\n<p>Tra settembre e i primi di ottobre, fummo mandati in aiuto della Sforzesca che era stata presa di sorpresa, gli ufficiali erano persino in pigiama. Di notte fecero un attacco nel tentativo di sfondare. Noi del 120\u00b0 andammo in aiuto e partimmo in appoggio al 3\u00b0 reggimento bersaglieri. Ci eravamo piazzati dentro una balka.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Come \u00e8 fatta una balka?<\/strong><br \/>La balka \u00e8 costituita da una serie di colline ondulate per cui, se si sta dentro una balka, si \u00e8 circondati da colline e si \u00e8 al di fuori della vista e allo stesso tempo privi di visuale al di l\u00e0 della sommit\u00e0. Le balke sono costituite anche di parti pianeggianti ma, in linea di massima, sono una successione continua di andamenti ondulati. Erano un riparo naturale per potersi riparare nelle fughe. In quella occasione ci piazzammo al sicuro e cominciammo a sparare facendo una gran confusione con le artiglierie, sparavamo alla cieca tentando di creare scompiglio nei reparti russi. Avevamo il cannone da 75 che non aveva un&#8217;alzata elevata, l&#8217;obice da 100 permetteva una inclinazione maggiore per cui sarebbe stato pi\u00f9 facile sparare con alzo maggiore, avrebbe sparato meglio da dentro una balka, il 75, che era a tiro rapido, era per\u00f2 pi\u00f9 efficiente.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p id=\"equipaggiamento_betti\"><strong>Voi della quarta batteria avevate solo il 75\/27?<\/strong><br \/>S\u00ec, solo i 75\/27.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>E l\u2019equipaggiamento del soldato, com&#8217;era?<\/strong><br \/>Era scarso! Avevamo delle scarpe che, non dico erano di cartone, ma avevano una suola con del materiale compresso che non era certo cuoio, non aveva una suola alta come quella degli alpini che avevano anche i chiodi per non scivolare sulla neve.<br \/>I nostri calzari consistevano in scarponi bassi con una normale suola, avevamo dei calzettoni e una fascia per avvolgere la gamba fino al ginocchio. Verso la fine ci avevano \u201cdato\u201d il calzettone alto che sostituiva le fasce, in verit\u00e0 ce lo trovammo da noi nelle sussistenze.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Stavamo dicendo dell\u2019aiuto alla Sforzesca&#8230;<\/strong><br \/>Fummo chiamati in supporto a quella che venne chiamata la divisione \u201ccicai\u201d, la \u201ccorri corri\u201d dicevamo noi, la divisione che fugge. Questo era un motivo per prendere in giro chi ve ne facesse pare. Quando incontravamo qualcuno, se gli domandavamo di quale divisione fosse e ci rispondeva che era della Sforzesca, non mancavamo nel dargli l\u2019appellativo di \u201ccicai\u201d. E soprattutto non mancavamo di rinfacciargli che si erano fatti prendere dai russi, era un modo cameratesco di rivolgerci ai nostri compagni di guerra con i quali si creava una sana rivalit\u00e0.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>I bersaglieri com\u2019erano?<\/strong><br \/>Erano tremendi! Nel senso che erano talmente ben addestrati che incutevano timore anche nei russi. I bersaglieri, insieme a noi, andarono incontro alla Sforzesca respingendo i russi al di l\u00e0 del Don. Li chiamavano \u201ci chicchirich\u00ec\u201d, perch\u00e8 portano le piume, arrivavano con le motociclette, le Guzzi e le Gilera, per la maggior parte erano Guzzi che avevano un motocarrello, agganciato nel retro della moto, con una mitragliatrice, erano in due soldati: uno alla guida della moto e l\u2019altro dietro, di spalle, che manovrava la mitragliatrice, una Breda, avevano le 35mm mi pare. Era un comparto compatto e affiatati l\u2019uno con l\u2019altro, erano bravi, ben addestrati.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Voi quindi eravate l\u2019artiglieria della Celere.<\/strong><br \/>S\u00ec, eravamo noi del 120\u00b0 a supporto del 3\u00b0 e del 6\u00b0 bersaglieri, eravamo artiglieria divisionale.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Quindi i bersaglieri non avevano artiglieria.<\/strong><br \/>Avevano solo un cannone anticarro il 37&#8230;, ma non era molto efficace, l\u2019artiglieria eravamo noi, noi del 120\u00b0. Eravamo l\u2019artiglieria mobile che veniva chiamata spesso per arginare dei cedimenti di fronte. Una volta ci chiamarono in aiuto della 82\u00b0 reggimento di fanteria della Torino. Dal momento che eravamo motorizzati, riuscivamo a muoverci con discreta agilit\u00e0, il pi\u00f9 delle volte si interveniva con estrema velocit\u00e0, si sparava e poi si tornava nelle posizioni.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Per muovervi usavate soprattutto il camion 626, era affidabile?<\/strong><br \/>Il 626 era un buonissimo camion, aveva un bel motore, era affidabile, spesso qualcuno ci \u201csuggeriva\u201d di trattarli meglio, di camminare pi\u00f9 adagio ma il camion rispondeva bene. Gli autisti non preferivano il Rho perch\u00e8 era un camion pesante, per farlo partire poi bisognava girare la manovella. Come accessorio avevamo delle specie di stuoie di gomma, di plastica dura, avevano come la forma di cingoli, che servivano per disincagliare i camion che si incastravano nella neve che rendeva scivolosa la presa. Venivano messi sotto la ruota cos\u00ec che la ruota aderisse che potesse quindi liberarsi e ripartire.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Le risulta che con il gelo il camion dovesse essere riscaldato con il fuoco sotto il motore per impedire il gelo?<\/strong><br \/>In verit\u00e0 quando il camion non partiva lo si lasciava l\u00ec. Si cercava di avviarlo un\u2019ora, mezz\u2019ora prima questo s\u00ec, quando dovevamo partire di notte o la mattina molto presto. Deve considerare che avevamo poca benzina, dovevamo fare economia, non ci saremmo potuti permettere di tenere acceso un camion tutta la notte. Di notte semmai si faceva la guardia al camion e al pezzo, ogni ora uscivamo fuori, quando era molto freddo ogni mezz\u2019ora. Mi ricordo che Andrei, un altro soldato, mi convinceva a fare le guardie insieme, normalmente dovevamo farla da soli, allora lui mi diceva \u201cdai Betti, famola insieme la guardia perch\u00e8 sai, insieme ecc. ecc&#8230;\u201d poi ad un certo punto cominciava come al solito \u201caho, sento certi dolori, io devo ann\u2019 ar bagno, devo anna\u2019 ar bagno, nun gliela faccio pi\u00f9\u201d, io, come uno fesso, abboccavo. Aspettavo mezz\u2019ora, poi tre quarti d\u2019ora e quando vedevo che non tornava pi\u00f9 lo si ritrovava dentro il bunker che dormiva sonni profondi e l\u00ec, gi\u00f9 a dirgli \u201cte possina sparatte, m\u2019hai fregato pure stavorta\u201d. Me la fece un sacco di volte questa fregatura, con la scusa dell\u2019imminente evacuazione.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Si capisce che tra voi c\u2019era cameratismo, eravate affiatati.<\/strong><br \/>Tra di noi ci volevamo bene, c\u2019era un bel rapporto spontaneo, eravamo Andrei, Aietti, Betti e poi uno di Milano, un caporal maggiore di cui non ricordo il nome, un bel ragazzo alto, di quei tipi allegri, spensierati, gli piaceva fare l\u2019attore. Quando torn\u00f2 lavor\u00f2 per un periodo come scenografo, partecip\u00f2 infatti al film sull\u2019ultima battaglia del Savoja Cavalleria, la carica ad Isbuscenki, diede il suo contributo come scenografo credo. Il Savoia cavalleria, inizialmente, faceva parte della Divisione Celere, il 120\u00b0 era ippotrainato. Fu proprio in seguito a quella carica che, decimati i cavalli, si ricostru\u00ec il reggimento come 120\u00b0 reggimento artiglieria, motorizzato.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Come artiglieria in che posizione eravate?<\/strong><br \/>Quando ci spostarono sull\u2019ansa del Don, eravamo a circa una quindicina di chilometri. Davanti a noi c\u2019era l\u2019osservatorio avanzato e poi si affacciava il Don, eravamo sull\u2019ansa in corrispondenza di <strong>Serafimovi\u010d<\/strong>, sopra Stalingrado. Ci restammo circa un mese, tutto il mese di ottobre. Facevamo contenimento e ogni tanto si sparava.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>In settembre arrivate, ad ottobre andate in aiuto della Sforzesca. Poi?<\/strong><br \/>Dopo l\u2019aiuto alla Sforzesca tornammo indietro in riorganizzazione.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Indietro dove?<\/strong><br \/>Nella zona di Millerovo. Poi andammo in sostituzione sull\u2019ansa del Don, saranno stati dieci chilometri di viaggio, in camion ci si impiegava un quarto d\u2019ora. Arrivati sul Don il nostro gruppo, il II, si schier\u00f2, ci schierammo nelle 4 batterie a protezione dei croati, della Legione Croata.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Cio\u00e8 loro erano in schieramento avanzato e voi alle loro spalle a protezione&#8230;<\/strong><br \/>S\u00ec, quando serviva ci davano le indicazioni di tiro \u201csparate al quadrello numero quattro\u201d oppure \u201cal quadrello numero 32\u201d e cos\u00ec via, noi con quelle indicazioni sparavamo. Dall\u2019osservatorio partivano tutti i comandi di tiro. L\u2019osservatorio era situato su un promontorio che era circondato da una grande pianura, un promontorio naturale dal quale si vedeva tutta l\u2019ansa del Don, un punto di vista strategico di osservazione. Davanti a noi c\u2019erano i croati, dentro un bosco.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Quindi prima del Don, c\u2019era vegetazione e c\u2019erano anche boschi&#8230;<\/strong><br \/>S\u00ec, i croati erano tremendi con i russi, quando ne catturavano qualcuno li ammazzavano e i russi li ricambiavano con la stessa spietata freddezza, con noi no, erano diversi, erano pi\u00f9 malleabili, non so perch\u00e8. Restammo sul Don circa un mese fino alla met\u00e0 di novembre, fino a che non cominciarono gli attacchi dei russi.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Succedeva qualcosa tutti i giorni, si sparava ogni giorno?<\/strong><br \/>Tutti i giorni si dava qualche segnale ai russi che si muovevano dall\u2019altra parte, se per esempio i croati ci dicevano che i russi si stavano spostando o avvertivano un movimento sospetto, ci dicevano di sparare. Noi sapevamo esattamente il punto su cui sparare proprio in base alle indicazioni dei quadrelli. C\u2019erano delle coordinate, delle indicazioni che loro ci davano e quando ritenevano che fosse sufficiente, che magari non avvertivano pi\u00f9 rumori dalla parte dei russi, ci dicevano di smettere. I comandi li davano i croati all\u2019osservatorio, l\u2019osservatorio a sua volta al nostro ufficiale che nello specifico della quarta batteria era il tenente d\u2019Aquino che era il comandante della batteria. All\u2019osservatorio c\u2019era il tenente Gianoglio, un inetto, una persona piuttosto timorosa, non lo considererei un vero ufficiale, non era all\u2019altezza della situazione e non lo dico per cattiveria, era la verit\u00e0. Questo per quanto riguarda l\u2019osservatorio, mentre poi c\u2019era l\u2019osservatorio avanzato che era con i croati.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Cio\u00e8 il \u201cloro\u201d osservatorio?<\/strong><br \/>Su quell\u2019osservatorio c\u2019era un nostro artigliere, un artigliere di complemento, si faceva a turno su quell\u2019osservatorio, una volta tocc\u00f2 anche a me. Noi dovevamo telefonare al comando e riferire che i croati richiedevano un certo intervento di fuoco dell\u2019artiglieria.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Come avvenivano le comunicazioni?<\/strong><br \/>Attraverso il telefono. Un messinese, uno di quelli che era addetto alle comunicazioni telefoniche, era stato preso perch\u00e8 essendo siciliano non veniva capito nel caso venissero intercettate le comunicazioni per cui venivano fatti parlare due siciliani. Per i russi sarebbe stato impossibile decifrarli. I russi sapevano tutto, lo sapevano prima che ci si riuscisse a spostare, intercettavano tutto. Tra siciliani e calabresi, tra di loro, si capivano, per cui loro potevano benissimo fare da intermediari.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>A che distanza era l\u2019osservatorio avanzato dei croati rispetto al Don?<\/strong><br \/>Era proprio sul bordo del fiume, sulla discesa del Don, in una trincea. Di questo posizionamento ho delle foto che spero di riuscire a ritrovare, una riguarda l\u2019ansa del Don, un\u2019altra l\u2019osservatorio dove si vedono i bunker, qualche altra che non ricordo bene. Facevano parte di un rullino che mi ritrovai per caso nella giacca, non so come ci fin\u00ec l\u00ec dentro, quando sono tornato in Italia ritrovai questo rullino di cui non mi ero mai accorto n\u00e9 tantomeno mi ricordavo di avere. Tra l\u2019altro era in una giacca che indossavo quando fui ferito da una pallottola esplosiva, a Pawlograd, nella battaglia a difesa della citt\u00e0 che facemmo insieme a Papuli. Quando tornai in Italia mia madre conserv\u00f2 la giacca per anni poi per\u00f2 and\u00f2 persa.<br \/>Dicevo quindi che eravamo nei pressi del Don con i croati. Ogni due giorni avevamo il compito di portare da mangiare all\u2019osservatorio che sar\u00e0 stato un cinque o sei chilometri da noi.<br \/>Andavamo a piedi, a turno, portando la gavetta insieme a tutto l\u2019occorrente da portare all\u2019osservatorio. Le riserve erano sufficienti per un giorno e mezzo, due. Quando ti dicevano di andare all\u2019osservatorio non sapevi esattamente che strada fare, per non perdersi bisognava seguire il filo del telefono che partiva dalla nostra postazione e si svolgeva per tutto il tragitto di cinque chilometri, sino ad arrivare all\u2019osservatorio. Mi ricordo che prendevamo in mano il filo e camminavamo, camminavamo, camminavamo. Una volta mi accorsi che il filo ci stava portando in un\u2019altra direzione cos\u00ec dissi \u201cma come mai questo filo ci sta portando lontano?\u201d. Quando, seguendo il filo, arrivammo ad un albero trovammo che c\u2019erano intrecciati un\u2019altra serie di fili telefonici della terza batteria, del genio, e di altre compagnie. Noi cercavamo di seguire il nostro filo tra il groviglio di altri fili e io che continuavo a far notare che ci si allontanava dal nostro osservatorio di destinazione ma gli altri \u201cno, no, andiamo, \u00e8 questo il filo giusto\u201d. Eravamo in tre, quattro persone e, oltretutto, c\u2019era anche pericolo che i russi, con le loro incursioni, soprattutto notturne, ci potessero cogliere di sorpresa. Era un continuo catturarsi a vicenda e tra i croati e i russi, come ho detto prima, non si facevano tanti scrupoli, era un regolare regolamento di conti reciproco, loro non facevano prigionieri, si passavano alle armi. Noi quindi proseguimmo il nostro cammino seguendo il filo del telefono fino a quando non sentimmo diversi colpi a una certa distanza, a quel punto cercammo di affrettarci a rientrare quando sentimmo delle grida di \u201cAlt, alt\u201d e pensammo subito \u201cadesso ci ammazzano!\u201d poi ci accorgemmo in tempo che era una pattuglia di tedeschi che erano con una radio sotto un bunker. Avevamo seguito il filo dei tedeschi, sbagliammo strada. Uscimmo allora allo scoperto gridando loro che eravamo italiani, in qualche modo ci capivamo, dicemmo loro che saremmo dovuti andare al bunker dei Croati ma loro \u201cno, di l\u00ec non si pu\u00f2 andare ci sono i russi, restate qui\u201d. Noi non credemmo alle nostre orecchie e, soprattutto, non credemmo ai nostri occhi quando entrammo nei bunker dei tedeschi. Avevano dei bunker caldi, con le stufe, la musica, la radio, insomma \u201cce ne fregammo\u201d di quello che avremmo dovuto fare e passammo la notte con loro al calduccio. Durante la notte ci furono delle sparatorie anche nelle linee dei croati. La mattina, i tedeschi, ci diedero le indicazioni per raggiungere le linee dove saremmo dovuti arrivare e, quando giungemmo in prima linea, i nostri inveirono contro di noi \u201cve possena ammazzavve, dove sete annati?\u201d.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Eravate tutti della zona di Roma?<\/strong><br \/>No, eravamo mischiati, di Mantova, Padova, Milano ma il nostro trio era della zona di Roma, Betti-Aietti-Andrei. C\u2019era anche il milanese, di cui non mi ricordo il nome, che cantava sempre \u201cOh mia bella madunnina\u201d aveva addirittura proposto di fare del teatro, una volta mi disse \u201cproponiamo qualcosa, andiamo al comando, la vedi l\u2019amica del capitano Alari che bella donna che \u00e8? \u201c. In effetti la donna del capitano era una bella donna russa, quando si vedeva che la 1100 era in movimento, intuivamo che il giorno dopo si sarebbe partiti, mandava la donna avanti.<br \/>Ma volevo tornare indietro al discorso sulla Sforzesca&#8230; Quando siamo andati a dar man forte alla divisione e poi tornammo indietro, bene, l\u00ec il rancio era poco. Quando ti davano per esempio la marmellata dovevi mettere il dito sotto per pulirlo in tempo altrimenti ti scappava un pezzo, cos\u00ec si stava attendi a pulire la propria porzione dal cucchiaio che ti porgevano. Il cognac non si vedeva, il vino era gelato, era oltretutto difficoltoso berlo. La gavetta era piccola e non grande come quella degli alpini e dei croati, non so perch\u00e8, quindi se si riempiva andava bene ma non era sempre cos\u00ec. Allora andava all\u2019osservatorio, stavamo un paio di giorni, e mi ricordo che si diceva \u201caoh, dai croati, ti danno il cognac, la marmellata in abbondanza, la gavetta piena di pasta \u2018de facioli\u2019, ti danno i maccheroni, l\u00ec non c\u2019\u00e8 la mensa ufficiali\u201d. In effetti i croati non avevano la mensa per gli ufficiali, il pasto per i soldati e per gli ufficiali non era differenziato. Cos\u00ec si faceva a gara per poter andare all\u2019osservatorio avanzato dei croati, perch\u00e8 l\u00ec si mangiava bene e in abbondanza e non perch\u00e8 avevamo voglia di fare i turni all\u2019osservatorio.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Ma a parte quello che si diceva, era vero?<\/strong><br \/>S\u00ec, s\u00ec, era vero e una volta dissi \u201caoh, se \u00e8 cos\u00ec ce voglio ann\u00e0 pur\u2019io\u201d e in seguit\u00f2 ci andai. Un giorno portammo la marmitta del rancio all\u2019osservatorio sopra una slitta. L\u00ec c\u2019era tutta la trincea con le mitragliatrici appostate e quando arrivammo noi ci indicarono un bunker. Ci stupimmo un po\u2019 perch\u00e8 era tutto vuoto, glielo facemmo notare e loro ci dissero \u201cve lo dovete sistemare voi\u201d. Noi ci mettemmo sopra i tronchi, ci arrangiammo come si sanno arrangiare gli italiani, con un bidone ci facemmo la stufa bruciando rimasugli di alberi. Gli anziani del reggimento, quelli che gi\u00e0 da un anno erano in Russia, mentre noi eravamo l\u00ec da un mese o due, senza esperienza, ci volevano mettere alla prova dissero \u201cmo\u2019 c\u2019\u00e8 da pigli\u00e0 l\u2019acqua al fiume\u201d. Noi facemmo notare loro che dell\u2019acqua c\u2019era gi\u00e0, ma uno di loro si rivolse a me a mi disse \u201cno, no. Bisogna andare a prendere quella del fiume. Vedi l\u00ec, in prossimit\u00e0 delle canne? L\u00ec in mezzo, c\u2019\u00e8 una buca, infili la gavetta l\u00ec dentro e tiri fuori l\u2019acqua\u201d. Io, ingenuamente, mi dirigo verso il fiume e \u201ctrururtrum, trururtrum\u201d cominciano gli spari dall\u2019altra parte del fiume. Mi butto istintivamente verso le canne e scivolo dritto sulla buca, prelevo l\u2019acqua e dentro di me mi dico \u201ce mo\u2019 chi scappa?\u201d, non sapevo proprio cosa fare, provai a inveire contro i miei compagni \u201cdisgraziati, mi avete fregato!\u201d. Sono restato l\u00ec dentro una decina di minuti. I russi vedevano dall\u2019altra parte cosa succedeva ma io che ero da quella parte non li vedevo, loro erano nascosti nel bosco. I russi appena vedevano dei movimento subito sparavano, la stessa cosa facevano i croati. La notte era un via vai di incursioni reciproche. Io rimasi allora per un po\u2019 poi, mentre i miei compagni hanno cominciato a sparare, ho approfittato per risalire e tornato su ho preteso che loro bevessero l\u2019acqua prelevata dalla buca, ma non riuscii nella mia impresa mi dissero che quella non era acqua buona da bere.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Facevano degli scherzi pesanti!<\/strong><br \/>S\u00ec, a volte s\u00ec.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Lei ha mai fatto delle incursioni sull\u2019altra sponda del Don?<\/strong><br \/>No, io sono rimasto sempre all\u2019osservatorio. Ci muovevamo dall\u2019osservatorio al nostro posto di posizione dell\u2019artiglieria, passavamo attraverso un bosco per raggiungerlo. L\u2019ansa del Don era una grande piana e l\u2019osservatorio era su un cucuzzolo, sotto c\u2019erano i bunker, da dove si dominava l\u2019altra sponda fatta di boschi. La nostra sponda era meno boscosa.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Quindi loro erano pi\u00f9 nascosti?<\/strong><br \/>Io direi che per entrambi era uguale. Noi con l\u2019artiglieria eravamo un po\u2019 pi\u00f9 indietro nella piana. All\u2019osservatorio bisognava starci una settimana a turno. Eravamo in due o tre soldati a fare il turno settimanale, ci si alternava la notte nei turni di guardia. Ai primi di dicembre, dopo essere stati una settimana all\u2019osservatorio dei croati, ci comunicarono che bisognava spostare la batteria quindi rientrammo. Spostammo la batteria in appoggio dell\u201982\u00b0 reggimento di fanteria della Torino perch\u00e8 era stato attaccato. L\u00ec facemmo un paio di giorni di tiri poi ritornammo indietro ma nel frattempo ci comunicarono che i russi avevano gi\u00e0 sfondato sui rumeni. Era una parte debole del fronte.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Ma \u00e8 vero quello che certe voci dicono e cio\u00e8 che i rumeni avevano ceduto il fronte quasi in accordo con i russi? Che la resistenza su quel fronte non fu mantenuta con determinazione?<\/strong><br \/>S\u00ec, \u00e8 possibile, i rumeni erano un\u2019accozzaglia di soldati, non ci si poteva fare affidamento. Noi eravamo equipaggiati male ma i rumeni erano anche peggio di noi. Loro avevano solo slitte e cavalli. Da l\u00ec successe tutta la disfatta, noi non riuscimmo ad arrivare a dare il nostro supporto.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Quindi voi non faceste in tempo a rientrare.<\/strong><br \/>No, ai primi di dicembre arrivarono i complementi del 120\u00b0, per intenderci quelli che arrivarono con Papuli.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Ecco perch\u00e8 Papuli mi ha riferito che lui non fece in tempo ad arrivare che subito si trov\u00f2 a dover ripiegare.<\/strong><br \/>S\u00ec, certo. Finita l\u2019azione in appoggio alla Torino, che riusc\u00ec a reggere a lungo l\u2019urto dei russi, ci spostammo a sud verso il confine tra la \u201ccicai\u201d, la sforzesca e i rumeni, ma proprio l\u00ec i russi avevano sfondato ed erano riusciti ad entrare gi\u00e0 nelle retrovie, salirono fino alle postazioni dove c\u2019erano gli ungheresi.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Quindi in quei momenti c\u2019era una gran confusione.<\/strong><br \/>S\u00ec. Anche nelle file tedesche, tra la Pasubio e la Ravenna, i russi riuscirono a sfondare. Una parte del nostro reggimento fu spostata verso quel fronte e l\u00ec, chiusi in una sacca, furono catturati. Noi eravamo invece pi\u00f9 a sud.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Quando parliamo del secondo gruppo quindi intendiamo dire i soldati di complemento.<\/strong><br \/>No, non solo c\u2019erano quelli come Papuli che erano appena arrivati, quelli come me che erano da un po\u2019 di mesi e anche gli anziani. Quelli che erano da pi\u00f9 tempo, da circa una anno, tentavano spesso di procurarsi un congelamento, si bagnavano i piedi e le mettevano fuori dalle finestre o dal bunker.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Queste sono cose che in pochi hanno il coraggio di dire.<\/strong><br \/>Beh, succedevano invece, mettevano fuori i piedi e poi dicevano che si erano congelati. Ma era peggio, pi\u00f9 se li bagnavano e meno si congelavano, il congelamento generalmente avveniva con l\u2019umidit\u00e0. Con l\u2019umidit\u00e0 del calzino si gelavano pi\u00f9 facilmente. Loro tentavano di riuscire a marcare visita per poi tornare a casa o almeno di tornare indietro.<br \/>Dicevamo che noi eravamo stati chiusi in una sacca che per\u00f2 era differente da quelli accerchiati pi\u00f9 a nord. Ci avevano mandato verso la Sforzesca, verso i rumeni, con il 6\u00b0 bersaglieri perci\u00f2 ci unimmo a loro in ritirata, ci unimmo alla colonna Carloni.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Se lo ricorda Carloni?<\/strong><br \/>S\u00ec, un disgraziato!<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>La sua \u00e8 un\u2019affermazioni di grande franchezza!<\/strong><br \/>Carloni ha avuto sulla coscienza quel nostro artigliere di cui, purtroppo, non ricordo il nome ma ricordo bene che era siciliano, una brava persona. Era stato con noi all\u2019osservatorio. Era uno che non aveva paura ad affrontare i superiori. Mi ricordo che una volta fui costretto a legato al palo perch\u00e8 aveva risposto male ad un tenente, lo aveva mandato a quel paese. In verit\u00e0 la discussione era nata dal fatto che il tenente pretendeva di sparare con le coordinate che impativa e lui, il soldato, sosteneva che non era il caso di mettersi a perdere tempo con certe teorie perch\u00e8 al contrario bisognava sparare ad occhio, non c\u2019era tempo per poter puntare, per dare retta ai falsi scopi. Il tenente allora mi disse \u201clegalo al palo\u201d io presi la cinta e feci finta di legarlo. Non si poteva tenere un soldato legato ad una vedetta, allo scoperto, in balia dei russi.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>S\u00ec, questo episodio lo racconta anche Papuli.<\/strong><br \/>Questo nostro soldato stava tornando indietro portando con s\u00e9 le munizioni che ci sarebbero servite per il cannone che avevamo appostato dietro una casa. Carloni pass\u00f2 e lo fucil\u00f2 con una mitragliatrice.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Spar\u00f2 proprio lui di sua mano?<\/strong><br \/>Spar\u00f2 dall\u2019autoblindo, ora che fosse lui ad aver sparato o che lui fece sparare poco importa, il nostro soldato ci rimise la vita. So che per un po\u2019 di tempo fu costretto ad andare in giro con l\u2019autoblindo perch\u00e8 i nostri artiglieri volevano farlo fuori.<br \/>Lo stesso tenente di cui parlavo prima, una volta, mentre eravamo in ritirata, tent\u00f2 anche con me di obbligarmi ai tiri secondo le sui indicazioni. Di notte pretendeva che accendessimo la lanterna per poter regolare i tiri. Io provai a farlo ragionare, gli dissi \u201cqui se accendo la lanterna i russi ci vedono e ci fanno fuori tutti\u201d ma lui insistette finch\u00e9 non l\u2019accesi. Non feci in tempo a posizionarla e ad allontanarmi che un tiro secco me la fece volare via. Allora mi rivolsi a lui e dissi \u201chai visto, non mi hai voluto credere, siamo stati oltretutto fortunati che ha preso la lanterna, potevamo morire tutti\u201d. I russi non si sapeva dove fossero, non riuscivamo a vederli nel buio, accendere una lanterna ci avrebbe messo in grave pericolo.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Quindi eravate pi\u00f9 pratici voi soldati in certe elementari cautele da prendere che gli ufficiali.<\/strong><br \/>S\u00ec, quel tenente, Gianoglio, era appena arrivato insieme a Papuli, mi chiedeva il \u201cfalso scopo\u201d, ma in una ritirata era assurda una richiesta simile. Lui voleva sentirsi utile ai tedeschi della \u201cSS. Adolf Hitler\u201d che fronteggiava i russi, voleva dargli appoggio con il falso scopo e l\u2019uso del goniometro. I tedeschi sparavano ma neanche loro sapevano dove fossero i russi perci\u00f2 sparare con il falso scopo non aveva nessun senso. Era un tenente che non aveva la stoffa dell\u2019ufficiale, era impaurito, balbettava, aveva un paura che se lo portava via.<br \/>Per la strada che va verso Woroshilgrad, nel cammino che facevamo per uscire fuori dalla sacca, trovammo una sussistenza tedesca e italiana. Non pu\u00f2 avere idea della roba che c\u2019era dentro, chi si ubriacava, chi mangi\u00f2 troppo. C\u2019era cognac, vino, pasta, forme di parmigiano. Ormai avevamo solo un paio di cannoni, gli altri li avevamo dovuti abbandonare, cos\u00ec caricammo su un camion, pasta, scatolame, burro, zucchero, gallette, buttavamo sul camion in maniera disordinata.<br \/>Io invece in mezzo a tutto quel ben di Dio sa cosa presi? Le sigarette. Io non fumo, non ho mai fumato ma mi riempii lo zaino di sigarette. Dal momento che tutti erano alla ricerca di sigarette pensai che sarebbe stato un buon sistema per potermi garantire un valido scambio con gli altri in seguito e questo mi salv\u00f2. Oltretutto lo zaino sarebbe stato leggero. C\u2019erano di tutti i tipi, Principe di Piemonte, Savoia, Macedonia extra, Trestelle, la Nazionali extra. Quella volta feci una buona scelta, mi fu utile barattarle con del pane o qualsiasi cosa da mangiare.<br \/>Dall\u2019ansa ritornammo indietro e trovammo questi tedeschi che fecero la controffensiva per fermare i carri armati russi che ci arrivarono addosso all\u2019improvviso: \u201carrivano i carri armati, arrivano i carri russi\u201d. Non si sapeva pi\u00f9 bene come regolarsi nella notte, i carri armati non erano visibili, si sentivano solo i cingoli. Il falso scopo era una richiesta assurda, con il 75\/27 era difficile orientarsi, si sparava a vista, ci si metteva in fondo ai ceppi, uno da un parte uno dall\u2019altra, a forcella, e spostavamo il pezzo.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Quanti eravate sul 75\/27?<\/strong><br \/>Eravamo 4 o 5 soldati. Ma tutti ci davamo da fare in certe situazioni, comunque ci volevano almeno 4 persone, serventi, uno al pezzo, al cannone a sparare, uno che caricava, uno al goniometro, un altro portamunizioni. In quella occasione furono i tedeschi a tamponare e respingere i carri russi, noi demmo il nostro modesto contributo, noi eravamo in una situazione caotica, eravamo un\u2019accozzaglia di reggimenti, la Sforzesca, alcuni della Ravanna che non so come fossero venuti nelle nostre posizioni, c\u2019erano rumeni, ungheresi, un miscuglio di reggimenti e razze. Noi avevamo tre o quattro pezzi ancora e con quelli venivamo chiamati da una parte e dall\u2019altra a cercare di dare il nostro supporto.<br \/>Eravamo in continua ritirata, facemmo resistenza nella speranza che i tedeschi mandassero le loro truppe corazzate per aprirci un varco nella sacca. Noi andavamo verso Stalingrado ed i tedeschi tentavano di premere verso di noi per aprirsi un varco tra noi e loro. Alla fine ci riuscirono e noi potemmo varcare la sacca e liberarci momentaneamente dall\u2019accerchiamento.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><em>Si consulta una cartina<\/em><\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Noi girammo e girammo e andammo a finire a Voronetz e da l\u00ec prendemmo la ferrovia per a Voroscilgrad e Millerovo.<\/strong><br \/>Il fiorentino, che cantava sempre \u201clo porti una bacione a Firenze\u201d si era ubriacato, cadeva per terra. Lo prendemmo e lo lanciammo sul camion e sopra di lui, senza accorgercene, gli buttammo su la roba che prendevamo dalla sussistenza. In seguito sentimmo un rantolo di qualcuno che si lamentava sotto tutta quella roba, fu l\u00ec che capimmo di averlo sommerso. Aveva finito la sbornia e si stava riprendendo.<br \/>Prima di Natale ci fu un\u2019altra scarmuccia. Eravamo con Papuli in una costruzione al riparo e qualcuno di noi sollev\u00f2 il fatto che era il giorno di Natale per cui bisognava per forza, in qualche modo, festeggiare. Prendemmo la roba della sussistenza, facemmo un sugo con le scatole di salame, scatole di salame tedesco, tocchi di burro, scatole di pomodori, un miscuglio assurdo. Poi mettemmo il sugo sulle gallette e le buttammo in un sacchetto pieno di zucchero, facemmo il dolce. Mentre mangiavamo ci fu una sparatoria all\u2019esterno. Papuli usc\u00ec con il mitra, aveva rimediato una \u201cpistole maschine\u201d, noi andavamo in cerca dei parabelli, lui scapp\u00f2 fuori e cominci\u00f2 a sparare. Uno dall\u2019altra parte urlava intimando di fermarci, era un rumeno che, avendo visto la luce da noi, voleva unirsi al festino. Per sua fortuna si butt\u00f2 in un carretto abbandonato. Cos\u00ec ritornammo dentro e ci lasciammo andare ai festeggiamenti. Le stupidaggini che si fanno in certe circostanze, nonostante le difficolt\u00e0 oggettive, sono tante e varie.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Quindi la paura era quasi inesistente.<\/strong><br \/>Non paura, io direi semmai incoscienza. Si fanno le cose con leggerezza. Tanto \u00e8 vero che non troppo lontano da noi dei partigiani attaccarono di notte un nostro pezzo e fecero fuori quasi tutti i serventi. Un ragazzo del terzo pezzo o forse del secondo, non ricordo bene, lo rincontrai sul treno ospedale, era massacrato. I russi erano usciti con i parabelli, si vedevano le case che andavano a fuoco, prendevano subito fuoco, erano fatte di paglia.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>I feriti come potevano riuscire a salvarsi? Visto che voi avevate alle calcagna i Russi e certo non avevate dei campi stabili per accoglierli.<\/strong><br \/>I feriti andavano sopra i camion, ne avevamo ancora un paio. Viaggiano con noi e quando era possibile li si mandava in avanti nella speranza di trovare un modo per dare loro aiuto e le cure necessarie per la sopravvivenza. Era ormai gi\u00e0 visibile l\u2019impressionante striscia nera dei soldati in ritirata, a piedi, una fila interminabile.<br \/>I tedeschi che erano con noi venivano riforniti dall\u2019alto con i paracaduti, noi tentavamo di stare vicino a loro, ma loro non usavano cortesie, ci tenevano lontani sparandoci addosso. Non dividevano i rifornimenti che venivano dai loro aerei, nessuno aveva il coraggio di toccare nulla. Li rifornivano anche di benzina che per\u00f2 servivano esclusivamente ai loro camion.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Voi eravate comunque dipendenti dei tedeschi a livello di rifornimenti, anche prima.<\/strong><br \/>S\u00ec, avevano tutto i tedeschi. Alla sussistenza trovammo un paio di latte di benzina che finimmo abbastanza presto. Il giorno dopo di Natale ci mandarono in avamposto, misero prima noi e dietro di noi misero i bersaglieri. C\u2019era una mitragliatrice dei bersaglieri che ogni tanto sparava per far vedere che c\u2019eravamo.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Eravate in grado di fronteggiarli in caso di attacco massiccio?<\/strong><br \/>No, assolutamente, ci and\u00f2 bene, certo, ma fummo fortunati. Quel giorno del nostro posizionamento, in avamposto i bersaglieri erano appostati con la loro mitragliera. Noi ci rifuggiamo in una casa, avevamo in posizione il nostro pezzo da 75 ed io ero di turno di guardia. Ad un certo punto Andrei vide scappare, all\u2019improvviso, un maialino. Prende la pistola e cerca di sparargli per farlo fuori e mangiarlo, io ero sul pezzo da 75 dietro la protezione di lastre di metallo e sento sparare. Erano dei tedeschi che tornavano verso di noi dal pattugliamento che non ci avevano riconosciuti. Quando si avvicinarono chiesi loro dei bersaglieri ma loro mi dissero che non c\u2019erano pi\u00f9 in avamposto; gli dissi \u201ccome, non ci sono pi\u00f9 i bersaglieri? Noi siamo qui da soli con il cannone a fare copertura\u201d. Ma loro ci dissero che se n\u2019erano andati via. Allora ci affrettammo, provammo a mettere in moto i camion, era finita la benzina. In quella circostanza successe un fatto increscioso. Un soldato, che era stato ferito, chiedeva aiuto, lo prendemmo dal camion e lo mettemmo dentro una slitta, attaccato ad un cavallo, lui cercava il nostro aiuto ma noi eravamo impossibilitati a dargli una mano, e poi in quelle circostanze si \u00e8 piuttosto egoisti, l\u2019unica cosa che riuscimmo a fare e metterlo in quella slitta e lo lasciammo andare, di l\u00ec in avanti c\u2019era la colonna di uomini, di lui non sapemmo pi\u00f9 nulla. Avevamo perso ormai anche il cannone, avevamo buttato via l\u2019otturatore che serve di copertura per sparare. Ci unimmo alla ritirata a piedi.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Ci sono stati momenti di panico?<\/strong><br \/>S\u00ec, quando arrivavano i carri armati c\u2019era un viavai continuo e disordinato. Ormai eravamo incolonnati nella Colonna Carloni, i tedeschi ci facevano da argine, ci proteggevano. Avevano ancora della benzina ed avevano qualche semovente, avevano qualche pezzo da 88, erano dei pezzi grossi posizionati sui camion. Il cannone da 88 era il migliore, migliore dei nostri, una carro armato lo facevi secco mentre con il 75 solo se prendevamo i cingoli potevamo sperare di fermarlo. Si racconta nella battaglia di <strong>Serafimovi\u010d<\/strong> dello scontro con i carri armati ma sono stati i bersaglieri che con le mine hanno mandato per aria i carri armati. Il comandante del 120\u00b0 prese la medaglia d\u2019argento ma lui venne fuori quando tutto era finito, usc\u00ec con la pistola in pugno gridando \u201call\u2019assalto\u201d ma la battaglia era gi\u00e0 conclusa, non c\u2019era pi\u00f9 nessuno. Noi nuovi arrivati spesso bevevamo tutto quello che ci dicevano dai comandi ma i bersaglieri spesso ci rinfacciavano i questa impropria attribuzione di merito.<br \/>Camminando, specie la notte che si camminava meno, venivano gli aerei che sparavano sulla colonna per disperderla. Arrivammo in un paese, non ricordo il nome, dove prima c\u2019erano arrivati i rumeni con le slitte e i cavalli e si erano presi tutte le abitazioni. Dicono che noi italiani siamo stati sempre bravi, non \u00e8 vero anche noi italiani non facemmo sempre bella figura. Entrammo in una casa dei russi, c\u2019era sempre il siciliano di Messina che parlava alla radio, eravamo infreddoliti, arriviamo dentro, c\u2019era una donna che ci fece entrare dentro, c\u2019era anche suo marito. Loro dormono sul camino, hanno un letto sul camino dove dormono.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Com\u2019\u00e8 fatto questo rifugio, questo letto sul camino?<\/strong><br \/>Il camino era al centro e ai fianchi c\u2019erano dei soppalchi, uno sopra a uno sotto, delle cuccette. Noi ci buttammo per terra, eravamo sfiniti. Ad un certo punto questo messinese dice \u201cio stanotte vado a dormire con la signora\u201d noi cercammo in tutti i modi di dissuaderlo io gli dissi anche \u201c ma sei scemo? non vedi che c\u2019\u00e8 il marito, tra un po\u2019 ci addormenteremo e cadremo in un sonno profondo, non capisci che il marito pu\u00f2 tagliarci la gola a tutti e nessuno se ne accorgerebbe\u201d. Lui niente, ha fatto quello che ha voluto. Mi sono sentito un miserabile per lui. Ha fatto il suo comodo nonostante ci fosse il reale pericolo di lasciarci la pelle. Come vede l\u2019incoscienza di cui parlavo prima fa fare cose deplorevoli e come vede non sono solo sempre gli altri, solo i tedeschi o solo i russi, che hanno fatto cose di cui vergognarsi, anche noi italiani non ce le siamo risparmiate. Noi non eravamo degli stinchi di santo, certo non si pu\u00f2 generalizzare, ma anche noi italiani abbiamo fatto cose di cui vergognarci. Il giorno dopo ci salutammo e lui si sentiva orgoglioso di aver fatto quello che ha fatto e di averci messo in pericolo, per lui eravamo noi i fessi. In certe circostanze, certe cose, erano le ultime cose che uno doveva pensare di fare, dovevamo salvarci piuttosto.<br \/>Proseguimmo quindi il cammino con la colonna. Una notte si avvicinarono dei carri armati tedeschi, i tedeschi ci proteggevano come potevano con quello che avevano ancora a disposizione. Bisognava stare attenti alle incursioni dei carri armati che facevano delle retate, si introducevano nella colonna, creavano scompiglio poi sparivano. Sia loro che i partigiani erano un pericolo imprevedibile. I partigiani si appostavano alle finestre. Purtroppo nella precedente avanzata tedesca e italiana i soldati che venivano catturati venivano lasciati nelle retrovie ai lavori nei campi. Con la ritirata si armarono e riuscivano in maniera incontrollata, avevano fatto il doppio gioco. Quando noi dominavamo, per esempio, i russi bianchi dell\u2019ucraina erano contro i russi di Mosca, era la parte pi\u00f9 elevata, la parte pi\u00f9 intelligente secondo la loro concezione.<br \/>Quando eravamo a Kiev, nel nostro avanzamento verso la Russia, entrammo in confidenza con il tenente Cecchini\/Cecchin, della someggiata. Una sera uscimmo ed andammo in una balka, eravamo fuori Kiev, e c\u2019era un Kolcos, una cooperativa. L\u00ec dentro c\u2019era una festa alla quale partecipammo con grande divertimento, l\u00ec c\u2019era anche una ragazza. Il giorno dopo, Cecchini, fu chiamato dal capo del kolkos, un tedesco, che lo aveva sentito cantare le opere.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Le opere le sapevate?<\/strong><br \/>Mah, le sapevamo, le improvvisavamo! Questi episodi sono tutte barzellette cos\u00ec come le sto raccontando.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Ma lei le ha mai raccontate a qualcuno?<\/strong><br \/>No, stasera mi sfogo di tutte queste cose tenute per anni.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><em>prosegue il racconto<\/em><\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p>Cecchini ci invit\u00f2 a passare una serata al comando tedesco. Doveva sentire come questa ragazza suonava il pianoforte e come cantava le canzoni d\u2019opera italiane. Le sapeva tutte.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Quindi loro sapevano pi\u00f9 di voi che respiravate quest\u2019aria di cultura musicale.<\/strong><br \/>S\u00ec, in effetti \u00e8 cos\u00ec, quella sera fu il non-plus-ultra, il tenente ci proteggeva se qualcuno avesse detto qualcosa avevamo il tenente che ci supportava, la serata fu piacevole, la ragazza suonava divinamente. In effetti era stata lei a riferire al borgomastro di invitarci alla serata, siccome era la sua pupilla esaud\u00ec il suo desiderio. Noi ne fummo orgogliosi, cantammo canzoni napoletane, fu un divertimento unico. Eravamo sempre il trio, pi\u00f9 il tenente Cecchini, Andrei, Betti e il milanese. Andrei una volta fece una piccola sceneggiatura al comando, al capitano Alari, and\u00f2 una sera con un copione dal titolo \u201caddio alla vita\u201d. Mi sorprese la sua \u201cpoca\u201d fantasia, con quello che stavamo passando lui ebbe questo lampo di genio. Con Aietti quando ci ritrovammo ce lo raccontavamo spesso di Andrei e del suo \u201caddio alla vita\u201d e ridevamo sempre su questo episodio. Ecco, questo episodio conferma quello che le ho detto prima in merito all\u2019incoscienza, fuori c\u2019era la guerra ma poi succedevano anche cose di questo genere, si superava o si dimenticava per un po\u2019 quella che era la paura. Eravamo giovani, facevamo le cose come venivano, non ci si poneva problemi e non si valutavano i rischi.<br \/>Quella sera il tedesco rimase entusiasta della nostra esibizione. La ragazza sapeva un po\u2019 di italiano e ci disse \u201cnoi russi sappiamo molto della musica italiana\u201d. Lei era una ragazza colta, suonava il pianoforte quindi doveva essere di buona famiglia. Il borgomastro gestiva il lavoro delle donne nei campi e alla sera suonavano la balalaica.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Com\u2019\u00e8 fatta una balalaica?<\/strong><br \/>\u00c8 come una chitarra ma a trapezio.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>E il suono?<\/strong><br \/>Tipo quello di una nostra chitarra. Ballavano a tutto spiano, c\u2019erano molte donne e pochi uomini. Noi cantammo canzoni napoletane e romane.<br \/>Ma tornando alla ritirata. Arrivammo ad un paese dove c\u2019erano i rumeni. Passammo la notte l\u00ec e il giorno dopo, gli italiani, rubarono le slitte ai rumeni che si svegliarono senza. Durante la ritirate le slitte rumene erano diventate italiane. Quella notte per\u00f2 io dormii in un\u2019isba e non venni svegliato, mi lasciarono a piedi. Quando mi svegliai i proprietari mi fecero capire che la colonna si era messa in viaggio.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Neanche i suoi amici romani la svegliarono.<\/strong><br \/>No, nemmeno loro. Per la verit\u00e0 ci eravamo gi\u00e0 persi perch\u00e8 eravamo agli sgoccioli e quindi ognuno cominciava a pensare a se stesso.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Ma essendo amici, non avevate creato gruppo? Non vi sentivate legati?<\/strong><br \/>S\u00ec, ma in certe circostanze ci si perdeva anche di vista facilmente. Magari si trovava un altro amico e ti aggregavi con lui perch\u00e8 potevi trovare un posto migliore dove passare la notte. Fatto sta che mi trovai solo. Ero disperato perch\u00e8 la colonna era piuttosto distante ma pensai anche che, essendo la colonna piuttosto lunga, l\u2019avrei raggiunta e almeno non sarei stato solo. Mentre sto per avviarmi, e queste sono le circostanze che uno non si spiga, trovo un cavallo davanti a me. Era un cavallo secco, che cercava di mangiare le cime della vegetazione che affiorava dalla neve. Appena lo vidi gli dissi \u201ce chi ti ci ha mandato qui? La Madonna?\u201d. Adesso per\u00f2 nasceva il problema di come cavalcarlo: misi la mano nelle tasche e mi ritrovai un rocchetto di filo, lo prendo e ne faccio una cavezza, monto a pelo sul cavallo e riesco a dirigerlo.<br \/>Nonostante fosse magro e non fosse proprio comodo, riuscii a raggiungere la colonna. Quando arrivai i miei amici dissero \u201cammazza, ch\u2019hai un cavallo, aspetta che m\u2019attacco\u201d, chi si attaccava alla coda chi si appendeva da un\u2019altra, alla fine il cavallo si accasci\u00f2, era troppo esile per resistere a tutte quelle persone.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Da adesso in poi eravate nel completo disarmo. Cosa avevate addosso?<\/strong><br \/>Dalla sussistenza avevo trovato tre maglioni, uno sopra l\u2019altro, una giacca nuova (un pastrano), una pelliccia senza manica dei tedeschi, tre quattro paia di calzini per potermi cambiare. Eravamo pieni di pidocchi. Quando ci fermammo alla sussistenza provammo a bollire i panni, che mettevamo fuori ad asciugare ma rimanevano rigidi come dei tronchi. Per fortuna trovammo altri indumenti e quelli con i pidocchi li lasciammo l\u00ec. In quella occasione feci bene a far rifornimento di sigarette e indumenti. Sul nostro camion avevamo due forme di parmigiano che con l\u2019accetta cercammo di tagliare. Un certo Passalacqua, un siciliano che mi chiamava \u201cmarmellata\u201d perch\u00e8 in tempi migliori mangiava con me la marmellata squisita che mia madre mi spediva al fronte, voleva mangiare a tutti i costi: \u201cch\u2019ho fame\u201d continuava a ripetere. Io, ormai stufo, cominciai a tagliare i tocchi di parmigiano. Mangia un tocco, mangia un altro, finisce che diventa giallo dall\u2019itterizia, cominci\u00f2 a sentirsi male: \u201coddio, oddio, mi sento male, devo andare al bagno\u201d. Eravamo sul camion cos\u00ec gli dissi \u201cnon possiamo fermarci perch\u00e8 tu devi andare di corpo\u201d. Allora, concitati e pur di non fermarci, lo mettemmo con il sedere fuori sulle sponde e, mentre il camion continuava la sua corsa, lui evacu\u00f2. Questi sono episodi da cinematografo, nell\u2019assurdit\u00e0 della guerra c\u2019erano anche situazioni ridicole come queste, se lo immagina? Noi a reggerlo e lui appeso ad un camion?<br \/>Un\u2019altra volta andai ad aprire il portamunizioni per mettere delle cose dentro e ci trovai delle galline dentro, altri soldati avevano rubato le galline a quei poveri contadini russi e le avevano inguattate l\u00ec dentro.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Questa situazione credo la racconti anche Papuli nel suo libro.<\/strong><br \/>S\u00ec, immagino di s\u00ec. A me non piacevano le galline. Eppure avevamo una fame! Una volta, quando andammo dai rumeni, trovammo una gallina sopra un tetto. Alla vista del pennuto non parve vero a nessuno, era come una visione, con la fame che c\u2019era! Sembravamo dei ragazzini intorno ad un animale curioso, qualcuno diceva \u201ctiragli qualcosa\u201d e l\u2019altro che faceva baccano dall\u2019altra parte. La presero e la cucinarono e la mangiarono con tutte le penne, io non ci sono riuscito a mangiare il pollo nonostante la fame. Una volta riuscii a mangiare una coscia di gatto, eravamo all\u2019osservatorio, in un bunker. Sentimmo tutto d\u2019un tratto un gatto che strepitava, si and\u00f2 tutti in allarme per l\u2019animale. Mentre si cercava di rincorrerlo il gatto entr\u00f2 nella cappa della stufa. Ci mettemmo in assetto di combattimento, c\u2019era chi era sotto la cappa chi invece usciva fuori, sopra l\u2019imboccatura, un altro si apposto con il fucile nel tentativo di farlo fuori alla sua uscita. Noi eravamo sotto ed accendemmo il fuoco per fare del fumo in modo che il gatto scappasse. Appena il gatto usc\u00ec fuori \u201cpoom\u201d gli spar\u00f2, cos\u00ec ci mangiammo il gatto, io ne mangiai un pezzettino, non ricordo il gusto, per la fame mangiai anche quello, povera bestia non aveva nulla di carne, anche lui non aveva da mangiare tranne che qualche topo.<br \/>Con la colonna poi ci spostammo in un altro paesetto, il nome non lo ricordo come del resto non ricordo tanti altri posti.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Il fatto che lei non li ricordi non mi stupisce affatto, anche gli ufficiali scrivono di non ricordare, spesso hanno ricostruito le tappe al loro ritorno.<\/strong><br \/>Per noi era difficile riuscire ad orientarsi, spesso si andava in s\u00f9, poi si tornava gi\u00f9, poi di nuovo indietro. I tedeschi erano pi\u00f9 informati di noi, con le radio riuscivano ad avere in mano la situazione, riuscivano ad orientarsi meglio. Pi\u00f9 delle volte erano loro a darci le indicazioni dei paesi da seguire. Le segnaletiche non le si leggeva, non ci si faceva caso. Mi ricordo di un caporal maggiore, un abruzzese, eravamo in una situazione per cui eravamo stremati, c\u2019erano persone che cadevano da una parte chi dall\u2019altra, se ci si fermava si era finiti.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Perch\u00e8 eravate finiti?<\/strong><br \/>Perch\u00e8 appena ci si fermava, con la stanchezza, si entrava in una specie di torpore per cui non si aveva pi\u00f9 la forza n\u00e9 la voglia di rialzarsi, questo immobilismo portava inevitabilmente al congelamento.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Fermarsi voleva dire quindi addormentarsi e in seguito gelarsi?<\/strong><br \/>No, non proprio. Immagini di camminare e ad un certo punto non ha pi\u00f9 le forze per continuare, a quel punto si sente che ci si riposa. Cos\u00ec ci si sta dieci minuti, poi magari un altro poco, un quarto d\u2019ora, poi mezz\u2019ora e poi si finiva che non si avevano pi\u00f9 le forze per rialzarsi, a quel punto si era finiti. Si cominciava a mangiare la neve e anche sotto le incitazioni dei compagni non si ha la forza di reagire. A me \u00e8 capitato qualcosa si simile, stava per succedere anche a me. Come le stavo dicendo, quando arrivammo a quest\u2019altro paese, prima del punto in cui poi prendemmo il treno, camminavamo e mi venne un forte desiderio di fermarmi per riposarmi un po\u2019, pensai \u201cadesso mi fermo un poco\u201d. Un caporal maggiore mi disse subito \u201cma sei scemo? Cammina!\u201d io continuavo a dire \u201cnon ce la faccio pi\u00f9, non ce la faccio pi\u00f9\u201d. Feci uno sforzo enorme per fare centro metri. Quando raggiungemmo il paese trovammo i tedeschi che subito inveirono contro di noi \u201craus, raus, raus\u201d, ci cacciarono via, cos\u00ec raggiungemmo un\u2019altra abitazione, eravamo rumeni, italiani, un po\u2019 di tutto, nella casa ci saranno stati ventri, trenta persone stipate l\u2019una con l\u2019altra. Per me quei metri sono stati un tormento, se non ci fosse stato quel caporal maggiore a dirmi \u201ccammina, cammina, nun te ferm\u00e0, nun te ferm\u00e0\u201d adesso non sarei vivo. Quel torpore \u00e8 micidiale, ti senti come rilassato e piano piano ti stringe nella morsa del gelo passando per il sonno. In tanti sono morti in quel modo. La mattina dopo riuscimmo a prendere il treno, salimmo sui pianali senza sponde, senza nulla. A noi importava poco che non fosse riparato, l\u2019importante era che non si camminasse. Era l\u2019ultimo treno che veniva da Voroscilgrad, da Voronez partiva e andava a Vorosilgrad, facemmo tutta la notte al freddo, un freddo micidiale che tentavamo di tamponare con le coperte, ci coprivamo la testa per ripararci un po\u2019.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Ma si riusciva a dormire in quella situazione?<\/strong><br \/>Macch\u00e8, nulla. Il freddo era tremendo per\u00f2 si sopportava perch\u00e8 ormai eravamo su un treno che ci avrebbe portato verso le strade della salvezza. Arrivati a Voroscilgrad scendemmo e a piedi ci dirigemmo verso Nova Orloka. L\u00ec ci sistemarono nella case di un villaggio, si chiamavano tutti con il nome Orloka, Orloka-Novo Orloka ecc. Nelle balche del villaggio veniva distribuito il rancio, si cercava di rimettersi in sesto, forse cominciavamo a stare meglio. Una sera mi dissero che saremmo dovuti andare a prendere il pane. Tutti volevano andarci perch\u00e8 si avrebbe avuto la possibilit\u00e0 di rimediare qualche pagnotta. Cos\u00ec andammo alla sussistenza e, appena entro, trovo un\u2019amaca piena di impasto di pasta fresca non esitai a prenderne un po\u2019 con la camicia, mi si appiccicava tutto addosso ma non ci badavo. Presi con me anche il sacco che mi diedero con le pagnotte, 12 pagnotte, e qualcuno si raccomand\u00f2 di portarle tutte e dodici: \u201cguarda che hai dodici pagnotte, le devi portare tutte e dodici\u201d. Quando tornai dai miei amici e videro la pasta erano in visibilio, non potevano crederci. Ci affrettammo a organizzare un\u2019infornata in un\u2019isba, nei forni caratteristici di quelle case. Quando l\u2019impasto cominci\u00f2 a gonfiarsi a dismisura tagliavamo i pezzi che tendevano a venire fuori, tutti esclamavano \u201canvedi che bel pane!\u201d, era troppo bello per essere vero, avevo portato del lievito. Lo mangiammo lo stesso! Caldo di forno era buonissimo, non mangiavamo una cosa cos\u00ec da chiss\u00e0 quanto tempo. Non sapevamo che fosse lievito, il tepore del cibo caldo ci impediva di distinguerne il sapore del lievito. La notte avemmo tutto la netta sensazione di un gran gonfiore, mangiammo del lievito che nella sussistenza prepararono per fare il pane per tutti. Era sorprendente come il nostro corpo reagiva a certi disagi, anche quando bisognava lavarsi al freddo e al gelo, si usciva a torso nudo e lo si faceva senza esitazione, non ci \u00e8 successo mai nulla.<br \/>Qualche giorno a seguire, e qui entra in gioco il destino, sono di pattuglia per Novo Orloka, io e un altro soldato di questi aggregati. Dovevamo controllare se ci fossero russi e se passavano aerei. Ad un tratto come d\u2019incanto sento una canzone e, indovini cos\u2019era?, \u201cViolino tzigano\u201d: \u00e8 una canzone molto conosciuta \u201coh, violino tzigano na na na na, oh violino tzigano\u201d lo cantava anche Villa. Ci avvicinammo all\u2019isba dalla quale proveniva e vedemmo una signora che ascoltava musica italiana da un grammofono. Entrammo e l\u2019ascoltammo credo \u201cduecento volte\u201d, appena finiva lo rimettevamo, fuori era passato tanto tempo ma l\u00ec dentro eravamo tornati in Italia, sentivamo canzoni italiane, questo ci faceva sentire a casa, una voce di un cantante italiano, della pattuglia ce ne fregammo, sarebbe potuto passare chiunque in quei momenti, non ce ne fregava nulla. Passarono degli aerei che bombardarono ma per noi la musica italiana ricopriva ogni timore. Quel disco me lo comprai appena tornai in Italia, un 45 giri.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>La corrispondenza? Anche quello era un modo per sentire la casa pi\u00f9 vicina, ha conservato le lettere?<\/strong><br \/>No, nulla. Ho scritto qualche cartolina e ne ho anche ricevute qualcuna ma durante la ritirata non ho badato a queste cose. Succedevano cose davvero strane. Quando ci fu lo sfondamento, i tedeschi ci dissero che avremmo dovuto sfondare la sacca, i russi ci avevano circondato. Questa colonna tedesca veniva verso di noi e noi andavamo verso di loro nel tentativo di rompere la sacca e incontrarci, avremmo dovuto sfondare, loro ci avrebbero coperto. In quella situazione salii su un camion e l\u00ec, tra la confusione generale e lo scompiglio che i carri russi portavano, rincontrai i miei amici Andrei e Aietti. In quelle circostanze non avevamo nulla, eravamo disarmati, avevamo solo una coperta per poterci coprire le spalle per coprirsi dal freddo, il fucile pesava, lo avevamo buttato, avevamo buttato via tutto. Solo alcuni che erano su qualche carro avevano con s\u00e9 un\u2019arma. Appena siamo usciti fuori dalla sacca fummo rifocillati dai tedeschi. Ci rifugiammo in un paese diroccato dove passammo la notte. Io mi trovai un bel posto, un rifugio sicuro in una cantina, di quelle che i russi usano per ripostiglio dei viveri. Quando vi entrai c\u2019era gi\u00e0 un altro. La mattina, quando mi svegliai, mi accorsi di aver dormito al fianco di un morto, era senza testa. Mi alzai e con nessun segnale di turbamento me ne andai.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Non le ha fatto impressione?<\/strong><br \/>In guerra non ci si fa pi\u00f9 caso, spesso si perde il senso delle cose. Avr\u00f2 dormito un paio d\u2019ore al suo fianco, non mi accorsi del fatto che era morto, arrivammo che era gi\u00e0 buio. Quando ci si risvegliava il primo pensiero era seguire il percorso da fare per mettersi in salvo. Certi episodi erano dettagli da superare, c\u2019erano cose che avevano la priorit\u00e0 in certe situazioni, bisognava salvarsi. Si seguivano le indicazioni che passavano di soldato in soldato, qualcuno diceva \u201candiamo a prendere il treno\u201d e tutti si muovevano in quella direzione.<br \/>Quel giorno, prima di prendere il treno, mi fermai nei pressi di un cascinale, cercavamo un posto per la notte. C\u2019era della paglia, ci buttammo l\u00ec dentro, sulla paglia, ma nonostante tutto sentivamo un certo dolore alla schiena. Al mattino guardammo sotto e trovammo un tocco di carne. I russi, i proprietari del cascinale, l\u2019avevano nascosta. Provammo ad addentarla ma era ghiacciata, dura, impossibile da mangiare, l\u2019avremmo dovuta cuocere ma non avevamo tempo. In seguito prendemmo il treno e quella notte, sul treno, fu un disastro. Ci furono molti congelati, sul pianale eravamo scoperti. Con le coperte avevamo fatto come delle capanne ma noi fummo fortunati perch\u00e8 avevamo davanti a noi una sponda che ci copriva minimamente dal gelo diretto. Nonostante questo le coperte erano diventate dure e rigide come cartone. Chi non aveva avuto la fortuna di avere un riparo simile si era congelato, la coperta messa sopra non serviva a nulla. Arrivati a Novo Orloka ci restammo tutto gennaio 1943 e i primi di febbraio. Quel matto di Carloni, in quella occasione, dichiar\u00f2 la \u201cColonna Carloni\u201d a noi del 120\u00b0 e ai bersaglieri in generale ci disse \u201cvoi artiglieri avete il distintivo dei bersaglieri quindi, da adesso in poi, sarete dei bersaglieri!\u201d. Ci guardammo perplessi l\u2019uno con l\u2019altro quando ci disse \u201cchi non ha il fucile non avr\u00e0 diritto al rancio\u201d. Con queste parole voleva in qualche modo punire o comunque mettere in guardia chi nella ritirata aveva buttato il fucile per cui da quel momento si dormiva con il fucile legato al collo.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Cos\u00ec la Colonna Carloni non viene dichiarata subito&#8230;<\/strong><br \/>No, dopo. Non so cosa abbiano fatto gli ufficiali nell\u2019ambito del comando, Alari, Papuli, Gianoglio, D\u2019Aquino, i nostri ufficiali non so come abbiano sistemato la questione con Carloni. C\u2019era rimasto qualche cannoncino e con i fucili facemmo qualche esercitazione e pian piano ci avviammo verso Pawlograd. L\u00ec arrivammo alla stazione, la presidiavamo e davanti a noi c\u2019era il bosco. C\u2019era il sospetto che potesse arrivare un treno con i russi, sapevamo della loro presenza nei dintorni. Dovevamo fare un punto di resistenza per la colonna in ritirata, eravamo la loro retroguardia. Avevamo, come le ho detto, una mitragliatrice Breda e dei fucili, l\u2019artiglieria non l\u2019avevamo pi\u00f9. Una sera eravamo davanti ad un fuoco a riscaldarsi alimentato da canne e altri residui infiammabili. La sera mi misero di avanguardia dentro il bosco. Una compito alquanto assurdo, io avevo una \u201cfuciletto\u201d dei carabinieri con la baionetta innestata e qualche caricatore in dotazione.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>A quel punto vi siete rifiutati?<\/strong>No, per\u00f2 al primo albero ci fermavamo. Era un suicidio inoltrarsi nel bosco. Bastava entrare anche solo cinque o sei metri dentro per rischiare un\u2019imboscata. Ci si fermava una mezz\u2019oretta e si ritornava indietro al fuoco. La mattina invece ci fu una sparatoria. A quel punto Papuli e gli altri decisero che bisognava andare al comando a prendere gli ordini, era inutile e rischioso rimanere a presidio in quelle condizioni. Quindi ci dirigemmo verso il comando. Cos\u00ec Papuli ci disse \u201cchi vuole andare volontario di pattuglia?\u201d. Io mi proposi e con me il sergente Martini, un mantovano, e un altro, eravamo in tre. Non avevamo radio quindi dovevamo recarci di persona da Alari e D\u2019Aquino per capire cosa avremmo dovuto fare, se ripiegare o cosa fare. La distanza da percorrere era circa un chilometro. Mentre camminavamo, a venti metri da un incrocio, mi cadde il cappello, la bustina, mi fermai per raccoglierla e quando alzai gli occhi vidi Montanari con le mani in alto. Mi sporsi un po\u2019 e notai un cannoncino russo appostato.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><em>a questo punto una telefonata interrompe il dialogo e quando riprende Betti dice&#8230;<\/em><\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p>\u201cstasera m\u2019\u00e8 pijata la vena\u201d (questa sera sono in vena, di raccontare). Devo dirla la verit\u00e0, queste cose non le ho raccontate mai a nessuno. Perch\u00e8, non lo so, all\u2019inizio non volevo parlarne, ho sempre pensato che non interessasse a nessuno e poi non volevo passare per quello che chiss\u00e0 cosa ha fatto. Adesso per\u00f2, quando vedo certe situazioni, i ragazzi di oggi&#8230; credo sia il momento giusto.<br \/>Dicevo che eravamo in una situazione critica, al comando c\u2019era tutto fuoco. Li avevano fatti tutti prigionieri, sia il capitano Alari e anche un amico di Papuli, uno di Gualdo Tadino, uno degli ufficiali pi\u00f9 anziani del 120\u00b0 che poi torn\u00f2 dalla prigionia (lui \u00e8 morto ma la moglie deve aver conservato anche delle foto del fronte russo. Di Alari non so nulla, mi ricordo solo che era un tipo orgoglioso). Vedendo questa situazione decisi di tornare indietro, ormai avevo capito che i russi erano arrivati, il comando non c\u2019era pi\u00f9. Appena mi girai notai che i russi si accorsero della mia presenza cos\u00ec mi misi a correre ma subito ebbi come l\u2019impressione di una spinta, come se qualcuno mi avesse volutamente fatto cadere. Caddi in avanti, e ripersi il cappello, di istinto mi rialzai e raggiunsi il cappello, la paura del freddo era entrato nel mio cervello come un fatto automatico. Mentre lo riprendo il cappello vedo un russo venire verso di me, scoprii dopo che mi aveva sparato. Mi dirigo verso la strada battuta in precedenza che passava dietro delle balke, e incontro un altro compagno, anche lui venuto di pattuglia ma che era rimasto un po\u2019 indietro, a quel punto gli dico con concitazione \u201cci sono i russi, ci sono i russi\u201d cos\u00ec lui comincia a sparare per cercare di fare un po\u2019 di rumore. I russi devono aver interpretato questi spari come la presenza di altri soldati italiani cos\u00ec si dileguarono. Davanti a noi c\u2019era una staccionata di una certa altezza, il mio compagno con un salto deciso la supera senza esitazione, io tento di fare la stessa cosa ma mi afferro con una mano ma l\u2019altra proprio non mi segue. Mi guardo e mi accorgo che sono macchiato di sangue. L\u00ec mi sale lo sconforto e comincio a gridare verso il compagno che intanto scappava \u201cah disgraziato, vienimi ad aiutare\u201d, quello aveva preso la sua strada e non aveva nessuna intenzione di tornare indietro, con la forza di volont\u00e0 di salvarmi la pelle sono riuscito a superare la staccionata. Mentre mi dirigevo verso gli altri compagni il soldato che mi precedeva li aveva gi\u00e0 raggiunti e si erano messi in posizione di difesa con una mitragliatrice che avevano posizionato in mezzo alla strada. Pensi come eravamo ingenui, mettersi in mezzo alla strada, cos\u00ec in vista da poter essere un facile bersaglio di tutti i partigiani che si appostavano alle finestre. Io arrivo trafelato e di corsa e riferisco al tenente Gianoglio che il comando \u201c\u00e8 tutto saltato in aria ed \u00e8 andato a fuoco tutto, non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 nessuno\u201d lui allora \u201critirate tutto, rimontate s\u00f9\u201d. Aietti, Fausto, che mi vede sanguinante, prende l\u2019occorrente del pronto intervento e mi mette un impacco sotto l\u2019ascella, mi mette una cintura intorno al petto stringendo per fermare il sangue. A quel punto Papuli e gli altri ci fanno salire sui camion e ci dirigiamo verso un ponte tra una sparatoria disordinata e confusa. \u201cBisogna attraversare il ponte, bisogna andare dall\u2019altra parte\u201d dice qualcuno, cos\u00ec passammo per la piazza e vedemmo dei partigiani penzolare dai rami degli alberi che erano stati impiccati dai tedeschi ancora appostati l\u00ec con i loro carri armati che sparavano a destra e a manca. C\u2019era in atto una sparatoria che non capivamo, creava un certo disorientamento. Arrivati sul ponte \u201cadesso si scende e si attraversa il fiume a piedi\u201d il fiume era gelato per cui si poteva passare agevolmente sopra a piedi. Dall\u2019altra parte c\u2019erano altri italiani, bisognava raggiungerli ed unirsi a loro.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Che fiume era?<\/strong><br \/>Non ricordo, comunque non era un fiume noto, un affluente che passa per la citt\u00e0 di Pawlograd. Passare il fiume con i camion non era agevole perch\u00e8 il ghiaccio cedeva sotto il loro peso. L\u2019autista, con il quale ero salito &#8211; io ero ferito, perdevo sangue e, oltretutto, avevo gli alluci congelati e non potevo passare a piedi &#8211; comincia ad agitarsi e a dire \u201cio non ci passo, non riesco a passarci\u201d. Eravamo nei pressi del ponte, io ero nel cassone e avevo messo una fila di zaini a ripararmi nel caso ci avessero sparato, mi feci scudo con quelli mentre lui era effettivamente in cabina ed era vulnerabile. Cominciai a pressarlo \u201cdevi passare, forza dobbiamo passare il ponte\u201d. Ad un certo punto si convince, mette in moto, si mette gi\u00f9 e parte a gran velocit\u00e0, ci spararono un po\u2019 di colpi, tre, quattro colpi sul cassone ma riusciamo a passare indenni con il nostro 626. Dall\u2019altra parte c\u2019erano Papuli, Aietti, andrei e gli altri che nel frattempo ci avevano preceduti passando a piedi sul fiume al riparo dai colpi dei partigiani. Facemmo pi\u00f9 di duecento chilometri per arrivare a Dnijepropetrowsk, all\u2019ospedale. Io ero in cattive condizioni, il sangue si era congelato addosso e per fortuna si blocc\u00f2 il flusso, avevo tutto appiccicato. Papuli si premur\u00f2 di farmi portare in ospedale e, una volta raggiunto, mi lasciarono e ripartirono in macchina. Arrivato all\u2019ospedale un infermiere che mi vede arrivare mi dice \u201ce tu? Che vuoi?\u201d io gli dico \u201csono stato ferito sono stato portato appena adesso dai miei compagni\u201d allora lui mi dice \u201caspetta qui che arrivo\u201d. Dopo un po\u2019 torna e mi comincia a rasare i capelli. Io allora inveisco \u201cah, disgraziato, ma che combini? Qui fa freddo se mi tagli i capelli muoio dal freddo\u201d ma lui deciso \u201cah, non mi interessa nulla, qui \u00e8 la regola\u201d e prosegue imperterrito a raparmi a zero. Per fortuna che aveva un passamontagna che indossai subito per alleviare quella sensazione di freddo alterata dalla rasatura. Aspettai il dottore tutta la notte, tribolavo, soffrivo su quella branda. Quando arriva il dottore il giorno dopo dice subito \u201ce tu? che hai fatto qua? Questo bisogna portarlo via di qui, bisogna portarlo al treno ospedale, a che ora parte l\u2019ultimo treno?\u201d e qualcuno \u201coggi pomeriggio\u201d, \u201cbenissimo\u201d dice lui \u201callora bisogna portarlo in tempo per metterlo sul treno che parte nel pomeriggio, dategli una pulita alla ferita\u201d. La mia ferita era stata dovuta da una pallottola esplosiva ma per fortuna quando mi spararono indossavo una serie di indumenti a strati: la camicia, il pastrano tedesco, il pastrano italiano e una serie di maglioni, mi ero fatto un bello strato di indumenti. La pallottola esplose in questo strato, se fosse entrata dentro la carne mi avrebbe devastato. Nonostante tutto mi lacer\u00f2 l\u2019ascella, una ferita aperta sotto l\u2019ascella nella quale si infiltrarono una serie di micro schegge che mi porto ancora adesso. I medici mi hanno detto che non vale la pena toglierle, sono tra la carne, se non vengono sollecitate non provocano problemi. Venni mandato quindi al treno ospedale che si diresse diretto verso l\u2019Italia, impieg\u00f2 tre quattro giorni per arrivare. Nel treno si stava bene, passavano tutte le mattine per le medicazioni. L\u00ec incontrai un ragazzo che era del secondo pezzo che erano stati attaccati una notte. Era in uno stato davvero grave, era stato crivellato, era ridotto talmente male che forse gli dovettero amputare anche una gamba. Arrivammo a Verona, le giovani fasciste ci diedero delle caramelle, dei biscottini. In quella occasione spedii una cartolina a mia madre dove scrissi \u201ccara mamma, sono in Italia, sto bene\u201d. Mi ricordo che mia madre, me lo raccontava sempre, era in chiesa dove andava sempre a pregare per noi tre fratelli. L\u2019ufficiale postale, quel giorno, le recapit\u00f2 la mia cartolina, proprio mentre era in chiesa.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Immagino che l\u00ec fu anche emozionante il contatto con i connazionali e il ritorno a casa.<\/strong><br \/>Eh s\u00ec, lo \u00e8 stato! Ero ritornato in Italia, questo implicava certamente una serie di riflessioni. Da Verona ci mandarono a Piacenza all\u2019ospedale militare e l\u00ec mi curarono e mi accudivano. In quell\u2019ospedale ci furono anche momenti di gran divertimento, delle gran barzellette, chi ne raccontava una chi un\u2019altra. Da Piacenza mi trasferirono poi a Cremona e da l\u00ec a Roma. La ferita non riusciva a chiudersi. Un dottore nuovo allora tent\u00f2 un\u2019altra strada alla medicina chiusa tra quattro mura. Mi disse \u201cSenti, adesso ti faccio una base per andare ad Igea Marina, vai l\u00ec e dalla mattina alle 8,00 fino alle 11,00 metti la ferita al sole\u201d. Fu miracoloso, con una decina di giorni la ferita mi si cicatrizz\u00f2, tutti quei \u201crigurgiti\u201d di liquido dalla ferita finirono. Insomma pass\u00f2 cos\u00ec.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Con i familiari?<\/strong><br \/>Eh, con i familiari \u00e8 stato&#8230; insomma&#8230; davvero toccante ed emozionante.<br \/>Mio fratello era stato trasferito a Tolbruk, un altro mio fratello era in Germania, perci\u00f2 \u00e8 stato un incontro che&#8230; che non riesco a descriverlo per quanto fosse&#8230; emotivamente forte. Un fratello era stato trasferito ai guastatori. Mia madre fece di tutto per non mandarcelo ma lui si mise in testa di arruolarsi volontario nei guastatori con il colonnello che combatt\u00e9 ad Al Alamein, che costru\u00ec anche un mausoleo, erano i primi gruppi di guastatori e lui volle andarci. Lo mandarono subito a Tolbruk e l\u00ec rimase ferito. Quando ci ritrovammo era un incessante rincorrersi, arrivarono i miei, mio padre, mia madre e i miei fratelli. E\u2019 stato un momento cos\u00ec&#8230; emozionante ma bellissimo.<br \/>Poi ci sono stati i momenti belli in ospedale. Facemmo delle cose che a pensarci adesso non so come fosse possibile che succedessero. C\u2019era uno che si era messo in testa di controllare la suora, di vedere cosa faceva quando spariva dalla nostra vista, aveva covato dei sospetti. In ospedale ci veniva distribuito un bicchiere di vino rosso, dicevano che ci faceva il sangue, quindi la suora ci distribuiva questo bicchiere ma sempre con due dita di meno. Il mio compagno diceva \u201cma, com\u2019\u00e8 possibile? Con un fiasco di vino ci deve fare un certo numero di bicchieri pieni per tutti e invece ci troviamo con due dita di meno a testa, devo arrivare a capo della questione\u201d. Fatto sta che la segu\u00ec in bagno e la colse sul fatto, la suora, di fronte alle sue compagne, con la scusa di lavare il fiasco, si recava in bagno e tragugiava la bottiglia scolandola.<br \/>Ad Igea Marina c\u2019era un altro compagno di stanza che invece si lamentava, aveva la gamba tagliata. Quando eravamo in spiaggia, lui faceva le sabbiature, gli costruivamo un prolungamento della sua gamba con la sabbia e infondo gli facevamo solletico. Il moncherino si muoveva inspiegabilmente, era talmente sensibile che il moncherino si muoveva tutto lui allora \u201cfermi che mi fate il solletico\u201d e noi a dirgli \u201cma guarda che stiamo toccando la sabbia com\u2019\u00e8 possibile che ti facciamo solletico?\u201d ma lui insisteva \u201cfermi, fermi, mi fa solletico\u201d.<br \/>C\u2019era un altro che si lamentava sempre \u201cOddio, Oddio\u201d diceva. Alle 8,00-8,30 le suore sistemavano e andavano via, lasciavano la sala operatoria. Una notte arriva uno che finge una telefonata \u201cpronto pronto, sala operatoria, dov\u2019\u00e8 il soldato che lo devo operare?\u201d e lui \u201cma no, dott\u00f2, ma che sei matto?\u201d allora noi lo mettemmo sulla barella e lo portammo diretti in sala operatoria, gli levammo la fasciatura. Mentre facevamo questa finta operazione arriva la suora \u201cche state facendo?\u201d e noi \u201cniente, ce stiamo a divert\u00ec\u201d. Pensi un po\u2019 cosa facevamo, gli togliemmo persino la fasciatura che gli avevano messo due o tre giorni prima in seguito ad una operazione. Eravamo incoscienti, ventenni nella loro puerile incoscienza. Per la verit\u00e0, in guerra, c\u2019erano anche quarantenni. L\u2019ufficiale di Gualdo Tadino era quarantenne, era uno dei primi ufficiali del 120\u00b0 mi pare fosse del 20\u00b0 artiglieria, era un tenente, uno dei vecchi, era al comando. Il capitano era una lenza con le russe! Era un bell\u2019uomo, imponente. Le racconto un\u2019altra. A Natale, nel periodo prima di Natale, arrivarono i pacchi \u201coh, arrivano i pacchi!\u201d erano della beneficenza, non so se di partito o cos\u2019altro, insomma dei pacchi dall\u2019Italia. Ci mettemmo in fila per ritirarli, il comandante del 120\u00b0 ci fece il discorsetto \u201cecco a voi tutti i regali, state bene\u201d, era prima che succedesse il macello. Quando lui and\u00f2 via e stiamo per prendere i pacchi \u201cAlt!\u201d ci misero in tre e consegnarono un pacco \u201cil pacco va diviso per tre. Uno, due, tre, un pacco. Uno, due, tre, un pacco\u201d. \u201cma come?\u201d dicemmo noi \u201cprima mi dici che arriva un pacco per uno e poi lo fai dividere in tre?\u201d Fu una beffa!<br \/>Un\u2019altra volta, eravamo in ritirata, arrivarono i tedeschi \u201cbisogna ritirarsi\u201d, noi avevamo il camion della sussistenza, ci giriamo e il camion sparisce con tutta la roba, e ce n\u2019era di roba! Qualcuno era salito sul camion ed aveva tagliato la corda, per scappare via di corsa fin\u00ec dritto nelle mani dei russi, lui invece di seguire la colonna pens\u00f2 bene di raggiungere un paese vicino dove per\u00f2 c\u2019erano i russi, non sapemmo che fine fece, forse pensava di fare il furbo, si diresse verso quel paese dove sapevamo che c\u2019erano i russi per cui sicuramente fu preso, quella volta rimanemmo senza sussistenza.<br \/>Vede, pi\u00f9 ne racconto pi\u00f9 mi riaffiorano alla memoria, sono cose che ho raccontato poco, a mio figlio le ho raccontate alcune cose ma poi pensi sempre che dall\u2019altra parte non ci sai un reale interesse, per un senso di discrezione per cui non mi sono mai sfogato come ora.<br \/>Di vicende ce ne sono state, la fatica \u00e8 stata tanta. A volte per\u00f2, quando leggo nei giornali delle violenze di truppe sulla popolazione, penso che spesso dimentichiamo cosa abbiamo fatto noi italiani in certe circostanze. Quando arrivavamo nei paesi anche noi facevamo razzie, non eravamo sempre immuni da certi comportamenti. La guerra \u00e8 guerra, c\u2019\u00e8 la dura legge del chi spara per primo e quando non ci si spara, ogni espediente \u00e8 lecito. C\u2019\u00e8 stato un soldato che si era rivenduto sette volte il suo maglione, per ben sette volte aveva approfittato della vendita dello stesso maglione per un po\u2019 di granturco. Quando entrammo da Orloka, ci sistemarono nelle dimore delle famiglie del posto, eravamo distribuiti tra i cinque e gli otto soldati in ogni famiglia. Questo soldato, che era con noi, torn\u00f2 con un sacco di granturco macinato. Noi gli chiedemmo \u201cma dove lo hai preso\u201d e lui \u201cho venduto il mio maglione diverse volte\u201d. Il furbo gli cedeva il maglione in cambio del granoturco poi tornava in un secondo momento per riprenderglielo intimandogli che altrimenti lo avrebbe denunciato per furto. Il malcapitato lo restituiva e lui andava da un altro per ripetere la stessa strategia.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Non avrebbe fatto prima a rubarglielo? Immagino per\u00f2 che rubarlo poteva costargli una punizione, giocava d\u2019astuzia ma il risultato era lo stesso.<\/strong><br \/>S\u00ec, abusava della loro impotenza, la popolazione era remissiva.<br \/>Comunque a parte questi episodi incresciosi il ricordo pi\u00f9 bello che ho \u00e8 legato a quell\u2019episodio del \u201cviolino tzigano\u201d. Sentire quella canzone italiana, quel tango in italiano, era una medicina per l\u2019anima, mi sentivo gi\u00e0 in Italia, dentro casa. Fuori poteva succedere di tutto, non mi sarei mosso, non me ne sarebbe fregato nulla.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Tutto quello che si dice sul sentimento patriottico in verit\u00e0 \u00e8 un sentimento naturale che si risveglia da solo, non c\u2019\u00e8 bisogno di indottrinamenti per alimentarlo o per costruirlo, \u00e8 dentro ognuno di noi e la lontananza lo rafforza.<\/strong><br \/>S\u00ec, credo di s\u00ec e quando sento quella canzone il mio pensiero va a quel giorno in Russia quando ascoltando quella musica fui talmente stregato che il bombardamento notturno degli aerei russi che illuminavano la zona non mi smossero, non andammo fuori e vedere, avevamo il nostro violino tzigano con il quale improvvisammo anche un ballo a due con il mio amico di pattuglia. Che bei ricordi.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Sembrerebbe che da quella esperienza, per fortuna, le siano rimasti i ricordi pi\u00f9 belli.<\/strong><br \/>S\u00ec, ma non solo quelli belli, anche quelli brutti non si dimenticano. L\u2019episodio di Carloni che uccise un nostro artigliere, seppure per sbaglio, mi rimase come un qualcosa che non riuscii e non riuscimmo a mandare gi\u00f9. I tedeschi non lo consideravano, era stato lui a mettersi in mezzo per costituire la colonna, lui pensava che cos\u00ec come il figlio aveva perso la vita in guerra, in egual misura, noi potevamo rischiarcela. Per questi fatti fu promosso colonnello, fece la sua carriera, torn\u00f2 e si un\u00ec alla Repubblica di Sal\u00f2, divenne generale o non so cosa. Il comandante del terzo battaglione (terzo bersaglieri), che lo aveva preceduto, al quale, anche a lui, era morto il figlio, era di un altro carattere, i bersaglieri ne avevano grande ammirazione e grande rispetto.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Secondo la sua visione Carloni non era un gran comandante.<\/strong><br \/>No, era un arrivista, ai tedeschi davamo fastidio perch\u00e8 eravamo di peso, non avevamo nulla, era rimasto tutto nei magazzini. A Millerovo c\u2019erano i magazzini centrali di tutta l\u2019armata dell\u2019Armir, c\u2019erano i cannoni, le munizioni. A Orloka con le cartucce, togliendo l\u2019ogiva, ci si accendeva il fuoco. In quei magazzini provai a farlo con certe cartucce e vedevo che l\u2019ogiva si piegava, aveva preso delle pallottole a salve, in quell&#8217;ammasso di roba c\u2019era di tutto.<\/p>\r\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A cura di Achille Omar Di Leonardo &#8212; Un racconto spontaneo e &#8220;leggero&#8221; sull&#8217;esperienza della guerra senza nasconde le paure.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":238,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[16],"tags":[30,180,32,26,28,27,29],"class_list":["post-892","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-interviste","tag-120-reggimento-artiglieria-motorizzato","tag-balke","tag-camion-626","tag-enrico-betti","tag-fronte-russo","tag-gino-papuli","tag-interviste-ai-reduci"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.6 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Intervista a Enrico Betti | Sito provvisorio<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Sito del 120\u00b0 Reggimento Artiglieria Motorizzato - Campagna di Russia 1941-43 - Fronte russo\" \/>\n<meta name=\"robots\" content=\"noindex, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Intervista a Enrico Betti | Sito provvisorio\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"Sito del 120\u00b0 Reggimento Artiglieria Motorizzato - Campagna di Russia 1941-43 - Fronte russo\" \/>\n<meta property=\"og:url\" content=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/intervista-a-enrico-betti\/\" \/>\n<meta property=\"og:site_name\" content=\"Sito provvisorio\" \/>\n<meta property=\"article:published_time\" content=\"2022-04-05T14:57:46+00:00\" \/>\n<meta property=\"article:modified_time\" content=\"2023-02-17T15:56:56+00:00\" \/>\n<meta property=\"og:image\" content=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/ritratto_betti-e1648818753242.gif\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:width\" content=\"416\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:height\" content=\"278\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:type\" content=\"image\/gif\" \/>\n<meta name=\"author\" content=\"admin\" \/>\n<meta name=\"twitter:card\" content=\"summary_large_image\" \/>\n<meta name=\"twitter:label1\" content=\"Scritto da\" \/>\n\t<meta name=\"twitter:data1\" content=\"admin\" \/>\n\t<meta name=\"twitter:label2\" content=\"Tempo di lettura stimato\" \/>\n\t<meta name=\"twitter:data2\" content=\"65 minuti\" \/>\n<script type=\"application\/ld+json\" class=\"yoast-schema-graph\">{\"@context\":\"https:\\\/\\\/schema.org\",\"@graph\":[{\"@type\":\"Article\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/www.arteinzucca.it\\\/centoventesimo\\\/intervista-a-enrico-betti\\\/#article\",\"isPartOf\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/www.arteinzucca.it\\\/centoventesimo\\\/intervista-a-enrico-betti\\\/\"},\"author\":{\"name\":\"admin\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/www.arteinzucca.it\\\/centoventesimo\\\/#\\\/schema\\\/person\\\/a46f7ea27d027aeb0538ccfb78a2039d\"},\"headline\":\"Intervista a Enrico Betti\",\"datePublished\":\"2022-04-05T14:57:46+00:00\",\"dateModified\":\"2023-02-17T15:56:56+00:00\",\"mainEntityOfPage\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/www.arteinzucca.it\\\/centoventesimo\\\/intervista-a-enrico-betti\\\/\"},\"wordCount\":12381,\"publisher\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/www.arteinzucca.it\\\/centoventesimo\\\/#organization\"},\"image\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/www.arteinzucca.it\\\/centoventesimo\\\/intervista-a-enrico-betti\\\/#primaryimage\"},\"thumbnailUrl\":\"https:\\\/\\\/www.arteinzucca.it\\\/centoventesimo\\\/wp-content\\\/uploads\\\/2022\\\/03\\\/ritratto_betti-e1648818753242.gif\",\"keywords\":[\"120\u00b0 Regg. 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