{"id":1658,"date":"2022-12-10T21:06:49","date_gmt":"2022-12-10T21:06:49","guid":{"rendered":"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/?p=1658"},"modified":"2023-02-27T23:44:17","modified_gmt":"2023-02-27T23:44:17","slug":"intervista-a-guido-vettorazzo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/intervista-a-guido-vettorazzo\/","title":{"rendered":"Intervista a Guido Vettorazzo"},"content":{"rendered":"di Patrizia Marchesini\n\n<!-- \/wp:post-content -->\n\n<!-- wp:table {\"align\":\"left\",\"className\":\"is-style-stripes\"} -->\n<figure class=\"wp-block-table alignleft is-style-stripes\">\n<table>\n<thead>\n<tr>\n<th>Rovereto, 29 novembre 2011<\/th>\n<\/tr>\n<\/thead>\n<tbody>\n<tr>\n<td>Guido Vettorazzo, classe 1921, partecip\u00f2 alla Campagna di Russia come sottotenente dell\u20198\u00ba Reggimento della Divisione Julia, prima con la 6\u00aa Compagnia, e in seguito con la 114\u00aa Compagnia Armi Accompagnamento del Battaglione Tolmezzo. La sua memoria freschissima e il suo amore per i dettagli hanno permesso di ricostruire un quadro vivido e vivo degli eventi che lo videro coinvolto. L\u2019intervista offre una carrellata davvero interessante: dalla passione giovanile \u2013 e mai sopita \u2013 per l\u2019aeromodellismo, al Fronte Russo, passando per la Scuola centrale militare di alpinismo ad Aosta e per la Scuola allievi ufficiali di Bassano. Tanti gli aspetti affrontati: il nonnismo dell\u2019epoca, la vita nelle retrovie, gli usi della popolazione russa, per arrivare \u2013 infine \u2013 ai giorni durissimi della prima linea da met\u00e0 dicembre 1942 a met\u00e0 gennaio 1943 e al ripiegamento. Guido Vettorazzo \u2013 alpino, professore di disegno, acquarellista, per ventidue anni direttore responsabile del&nbsp;<em>Doss Trent<\/em>&nbsp;\u2013 collabora anche con il Laboratorio di Storia di Rovereto, che ha curato di recente la pubblicazione di una trilogia \u2013&nbsp;<em>Il diradarsi dell\u2019oscurit\u00e0 1939-1945, Il Trentino, i trentini nella seconda guerra Mondiale<\/em>&nbsp;\u2013 edita nel 2010 da Egon Edizioni-Emanuela Zandonai Edizioni. Ringrazio il professor Vettorazzo e la dolcissima signora Ilia per l\u2019accoglienza cordiale. A essere sincera un semplice \u201cgrazie\u201d mi sembra davvero poca cosa, in quanto Guido Vettorazzo ha collaborato alla stesura finale dell\u2019intervista con pazienza instancabile, rivelandosi fonte preziosa e inesauribile di informazioni, notizie, articoli&#8230;<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<\/figure>\n<!-- \/wp:table -->\n\n<!-- wp:paragraph -->\n\n&nbsp;\n\n&nbsp;\n\n<strong>Alpino, acquarellista, professore di disegno, giornalista. Al di fuori di Rovereto dove lei vive, credo per\u00f2 che pochi sappiano di un\u2019altra passione di Guido Vettorazzo, iniziata negli anni precedenti la guerra: l\u2019aeromodellismo. Vorrebbe raccontarci qualcosa?<\/strong>\n\nMi sono appassionato quando questa disciplina era agli albori. A quei tempi c\u2019era <em>L\u2019aquilone<\/em>, un prezioso giornaletto edito a Roma&#8230; pubblicava piccoli progetti. Mio padre mi aveva comprato dei disegni a traforo \u2013 a me piaceva molto lavorare con quell\u2019attrezzo \u2013 e il mio primo trabiccolo somigliava all\u2019aereo di Bl\u00e9riot. Era provvisto di matassa elastica e di elica, in lamiera d\u2019alluminio, e con quello mi cimentai, all\u2019inizio. Quando ci trasferimmo a Rovereto \u2013 nel 1935 \u2013 trovai il primo nucleo del G.A.R., Gruppo Aeromodellisti Rovereto, allora formato da sei o sette persone, fondato nel 1934 da Gino Piccoli. Feci da segretario a Piccoli per molto tempo&#8230; fino al 1953, poi presi il suo posto, rimanendo a capo del G.A.R. per quasi trent\u2019anni. Il gruppo era molto attivo, si organizzava anche una competizione internazionale, la Coppa Stella d\u2019Italia, che aveva luogo sul Sommo Alto di Folgaria. &nbsp;Alla seconda edizione parteciparono anche i Tedeschi, che avevano applicato ai loro aerei un sistema auto-direzionale magnetico regolabile prima del lancio. Noi, abitando vicino alle montagne, preferivamo lanciare gli aerei in pendio; staccarsi da esso, per\u00f2, era il problema principale. Stiamo parlando di volo libero, di veleggiatori&#8230; aerei, cio\u00e8, senza motore. Grazie al loro dispositivo, i Tedeschi \u2013 con capacit\u00e0 unita all\u2019esperienza \u2013 riuscivano a programmare il volo, in un certo senso. La durata massima del volo libero era comunque di tre minuti, perch\u00e9 costava molta fatica \u2013 in montagna \u2013 andare poi a recuperare l\u2019aereo. In seguito facemmo gare anche a Roma. Al Concorso Nazionale mi classificai tredicesimo. Ma tutto part\u00ec da quella rivista, L\u2019aquilone, che coinvolgeva e stimolava la voglia di scoprire e di fare dei ragazzi.\n\n<strong>\u00c8 una passione, se non erro, che ha trasmesso ai suoi figli.<\/strong>\n\nIl primo dei miei figli \u00e8 davvero molto bravo. Per\u00f2 adesso si utilizzano per lo pi\u00f9 veleggiatori radiocomandati, con i quali si fanno cose sbalorditive. Un aereo a motore di quelli attuali, elettrico, &nbsp;pu\u00f2 addirittura trainare in quota il modello di un aliante, che va pilotato a sua volta, utilizzando frequenze differenti, e che \u2013 sganciato \u2013 pu\u00f2 veleggiare anche a lungo, in situazione d\u2019aria favorevole. Qui a Rovereto hanno inoltre perfezionato la specialit\u00e0 del volo al coperto. Gli aeromodellisti si esibiscono nel locale Palazzetto dello Sport. Gli spettatori sono protetti da reti apposite, mentre gli aerei fanno acrobazie da lasciare a bocca aperta. Addirittura danzano con una musica di sottofondo. Per questi aeromodelli si utilizza un materiale specifico, lo stirodur, un foglio o pannello di polistirolo, molto pressato e leggerissimo.\n\n<strong>L\u2019interesse per il volo e gli aerei \u00e8 evidente, nel suo libro. Ha mai fatto un tentativo per entrare in Aeronautica?<em> In Cento lettere dalla Russia<\/em> parla di <em>desiderio inestinguibile ma irrealizzabile<\/em>.<\/strong>\n\nQuando la Germania era gi\u00e0 in guerra \u2013 e si intuiva che anche l\u2019Italia presto sarebbe entrata nel conflitto \u2013 io feci domanda. Mio padre, maresciallo dei Carabinieri, disse che non mi avrebbe aiutato in tal senso. Ci volevano molti documenti, per corredare la domanda di ammissione. Io preparai tutto, dopodich\u00e9 era necessario il benestare dei Carabinieri, i quali avrebbero dovuto fornire le informazioni su di me, come persona. Scoprii in seguito che il mio pap\u00e0 si era espresso in merito&#8230; non aveva piacere che entrassi in Aeronautica, perci\u00f2 vennero passate informazioni&#8230; diciamo non ottime sul mio conto, proprio per non agevolarmi. Quindi non venni accettato e la domanda non ebbe seguito o fu insabbiata.\n\n<strong>Frequent\u00f2 invece il 1\u00ba Corso presso la Scuola centrale militare di alpinismo di Aosta, nel 1941. In un suo articolo pubblicato lo scorso giugno su Doss Trent (periodico della sezione A.N.A. di Trento) ha scritto che Mussolini con la circolare speciale n. 4080\/B\/21 \u201csvuot\u00f2 le universit\u00e0 mandando tutti a fare il soldato. Ma forse non tutti&#8230;\u201d Cosa intendeva dire con quel <em>non tutti<\/em>?<\/strong>\n\nQuella circolare abrogava ogni agevolazione e proroga per gli universitari. Cos\u00ec fui chiamato il 28 febbraio 1941. Quel \u201cnon tutti\u201d si riferiva ai soliti raccomandati, sempre furbi. In ogni caso alcuni del \u201920 e del \u201919 si arruolarono volontari.\n\n<strong>Dopo tre mesi, gli esami e il grado di sergente. Ci descriva una giornata tipo presso la scuola.<\/strong>\n\nEra una scuola dura. La guerra di Albania e Grecia era in corso e il nostro arrivo ad Aosta coincise proprio con il rientro di alcuni dalla Grecia, che avevano preso una pesante batosta. All\u2019epoca vigeva il nonnismo e questi, dopo l\u2019esperienza appena vissuta, andavano per le spicce con noi novellini. Credevano che il battaglione universitario fosse costituito interamente da volontari. Certo, una percentuale di volontari c\u2019era. Io volontario non ero e cercavo di girare al largo per non essere vittima di prepotenze. Il momento del rancio era pesante. Si andava inquadrati dalla caserma Testafochi alla caserma Mottino, dove stavano i conducenti dei muli. Per una sorta di regola non scritta, noi allievi dovevamo consumare il rancio all\u2019esterno. E neppure nelle vicinanze dell\u2019edificio, altrimenti dalle finestre al piano superiore ci lavavano. Quindi andavamo a mangiare presso la recinzione metallica; l\u00ec scorreva anche una roggia che ci dava modo di sciacquare la gavetta. Se pioveva gli anziani avevano un po\u2019 di piet\u00e0 e potevamo rimanere nei pressi dell\u2019edificio, al riparo \u2013 per quanto possibile \u2013 della grondaia. In rarissimi casi abbiamo avuto accesso all\u2019interno, per mangiare. Insomma, ci maltrattavano abbastanza. Per il resto&#8230; corsa, corsa, corsa per fare fiato. Giri nel piazzale enorme della Testafochi. Ore ed ore di pratica d\u2019armi. E, naturalmente, le marce. Per l\u2019addestramento finale andammo a La Thuile, in faccia al Monte Bianco. Con lo zaino affardellato, che pesava una ventina di chili. Doveva contenere il corredo completo, ma a un certo punto ci si smaliziava e non si prendeva tutto, sperando non capitasse un\u2019ispezione. Dovevamo portare anche le scarpe di riserva. Durante le escursioni usavamo i famosi scarponcelli alpini, irrisi e criticati da tanti, ma che erano fior di calzature, con suola in cuoio e pesante chiodatura. Certo non molto comodi, perch\u00e9 a semplice tomaia, non foderati. Prima di abituarsi, indossarli era un po\u2019 una tortura&#8230; spesso pativamo a causa di piaghe e vesciche.\n\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-1666 size-full\" src=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/Guido_Vettorazzo_scuola_aosta.png\" alt=\"\" width=\"648\" height=\"603\" srcset=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/Guido_Vettorazzo_scuola_aosta.png 648w, https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/Guido_Vettorazzo_scuola_aosta-300x279.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 648px) 100vw, 648px\" \/>\n\n&nbsp;\n\n<strong>Tanti \u2013 per esempio Nelson Cenci \u2013 attribuiscono alla chiodatura la responsabilit\u00e0 dei congelamenti durante la Campagna di Russia, poich\u00e9 la suola chiodata favoriva il passaggio dell\u2019umidit\u00e0. Vicentini, invece non \u00e8 d\u2019accordo, in quanto afferma (vedere sezione <em>Reduci<\/em>, n.d.r.) che la pianta del piede era comunque ben isolata da due o tre strati di suola e non aveva contatto alcuno con i chiodi.<\/strong>\n\nSono abbastanza d\u2019accordo con Cenci, per\u00f2 anche le fasce gambiere ebbero la loro parte, in tal senso. Erano un indumento risalente alla Prima Guerra Mondiale. Ma lo scarponcello alpino, ribadisco, era una buona calzatura, seppure non idonea alle bassissime temperature che dovemmo affrontare in Russia. C\u2019erano poi le Vibram, con suola di gomma, ma solo qualche ricco poteva permettersele, acquistandole con i propri soldi. Nel mio battaglione le aveva circa il 5%, forse meno.\n\n<strong>E la fanteria?<\/strong>\n\nAvevamo tutti gli stivaletti di vacchetta. Era la calzatura in dotazione per l\u2019esercito. Solo noi alpini eravamo provvisti anche di scarponcelli chiodati per le marce in montagna.\n\n<strong>Tornando a La Thuile&#8230;<\/strong>\n\nLass\u00f9 c\u2019era una caserma, molto in alto. La fonte in cui ci lavavamo era ghiacciata. Era marzo, cominciava il disgelo e sentivamo vicino il rombo delle valanghe. Finalmente arriv\u00f2 il giorno del giuramento: eravamo diventati alpini. Per\u00f2 gi\u00e0 dopo due mesi di un simile addestramento eravamo divenuti molto forti, a parte qualcuno che<em> tirava l\u2019ala<\/em>.\n\n<strong>Cosa significa?<\/strong>\n\nCome un uccello che ha male a un\u2019ala e comincia ad andare storto, chi <em>tirava l\u2019ala<\/em> era quello che non ce la faceva pi\u00f9 e aveva bisogno di aiuto. O di una sosta.\n\n<strong>Terminato il corso, tre mesi presso l\u201911\u00ba reggimento alpini, di stanza a Molveno, nel gruppo Dolomiti di Brenta. Poi la Scuola allievi ufficiali a Bassano, che nel periodo finale vide impegnati lei e i suoi colleghi tra marce e trasferimenti in quota. Nel marzo 1942 fu nominato sottotenente. Un suo commento nell\u2019articolo suddetto sostiene che \u201cla scuola serve e forma, per forza e anche per fortuna.\u201d Quanto l\u2019agevolarono quelle esperienze, durante la Campagna di Russia?<\/strong>\n\nAd Asiago, durante il campo invernale, sperimentammo spesso 20-25 gradi sotto lo zero. Per fortuna, dico io. Pernottammo in alcune malghe, usate d\u2019estate per le mucche. Nonostante le due opposte aperture dell\u2019edificio venissero chiuse, all\u2019interno la temperatura non raggiungeva lo zero. Ci mettevamo d\u2019accordo su chi <em>imbustava<\/em> gli altri nei teli tenda, abbottonati ben bene. A questa persona \u2013 si tirava a sorte \u2013 toccava poi chiudersi nel telo per ultima. Gli scarponi li tenevamo sempre contro il fianco, in modo che non si indurissero troppo con il freddo. Il pane gelava, si formavano piccoli cristalli di ghiaccio. La marmellata non ne parliamo. Se uno aveva un uovo, lo trangugiava pi\u00f9 o meno solido. Certuni sperimentarono anche la costruzione di un igloo e dormirono l\u00ec. Erano un po\u2019&#8230; fanatici. Chi aveva certi ideali, si comportava di conseguenza. Alcuni di quei ragazzi erano miei amici e devo dire che furono amici straordinari. Tutto ci\u00f2 mi mise alla prova, e si rivel\u00f2 molto utile in Russia, soprattutto quando venni spostato a sud con il gruppo d\u2019intervento della Julia, a met\u00e0 dicembre (1942, n.d.r.). Dovevamo fare da argine e, per un paio di notti, dormimmo con la pancia sulla neve. Protetti da niente. Poi, lavorando di notte, scavammo dei buchi, riparati con i teli tenda, con paglia e sterpi. In seguito, riuscimmo a coprire meglio quei rifugi con dei pali in legno, utilizzati anche come armatura e rivestimento per le pareti.\n\n<strong>Cosa era la guerra, per un ragazzo nato nel 1921? Nell\u2019introduzione a Cento lettere dalla Russia, la descrive come una specie di fatalit\u00e0 scontata. A cui non sottrarsi, ma anzi da accettare con senso dell\u2019onore.<\/strong>\n\nEsatto. Questo rispondevo ogni volta che qualche collega insegnante mi chiedeva di parlare ai ragazzi delle scuole medie, soprattutto a quelli di terza che \u2013 nel programma di storia \u2013 affrontavano la Seconda Guerra Mondiale. Parecchie volte ho parlato con gli studenti. E una delle loro domande ricorrenti era: \u201cPerch\u00e9 siete andati in guerra? Non potevate trovare una scusa?\u201d Ovvio che con gli anni i ragazzi hanno acquisito altri valori. I nostri ideali di un tempo sembrano anacronistici. Ma, allora, nessuno \u2013 ufficiale o semplice alpino \u2013 pensava di sgattaiolare, di schivare quello che era ritenuto un dovere. I nostri alpini erano tutti fior di galantuomini. Contadini, montanari che mai avrebbero preso in considerazione l\u2019idea di non svolgere il servizio a cui la Patria li aveva chiamati.\n\n<strong>Dalle sue lettere, soprattutto le prime, traspare evidentissima l\u2019importanza della posta per un soldato. Posta ordinaria, posta aerea e relativi francobolli. Posta che non arrivava, bolli che non si trovavano. <em>W il Duce, W il Re francobolli non ce n\u2019\u00e8<\/em>&#8230;<\/strong>\n\nTale motto veniva scritto quando si spediva senza il francobollo. A dire il vero esisteva la possibilit\u00e0 di spedire lettere e cartoline in franchigia, senza affrancatura; ma c\u2019era la convinzione che, con il bollo, la posta arrivasse prima. Chi scriveva doveva poi fare i conti con la censura. Io non ho mai avuto cautele particolari. In alcune mie lettere spedite dal Fronte Russo venne cancellata la localit\u00e0 da cui stavo scrivendo, oppure furono eliminate brevi frasi. Per le cancellature veniva usato l\u2019inchiostro di china. Ma non tutta la corrispondenza da e per il fronte veniva controllata. L\u2019ufficio censura effettuava verifiche a campione.\n\n<strong>Guido l\u2019imboscato: cos\u00ec a volte si firmava nel suo primo periodo al Fronte Russo. Cosa ricorda maggiormente di quei giorni?<\/strong>\n\nNel mio viaggio verso il Fronte Russo dovetti occuparmi delle dotazioni per l\u20198\u00ba Reggimento della Julia. Ramponi, piccozze, corde da valanga, sci e racchette da neve&#8230; non dimentichiamo che il Corpo d\u2019Armata Alpino era destinato, in origine, al Caucaso e di conseguenza ci avevano fornito un equipaggiamento adeguato alla montagna. Tutta questa attrezzatura riemp\u00ec un treno merci di quaranta vagoni. Ne affidarono la responsabilit\u00e0 a me, giovane ufficiale, e mi parve una sorta di punizione. Dovetti anche rispondere di una scappatella che alcuni alpini si erano concessi subito prima della partenza per il fronte orientale. Il treno con l\u2019attrezzatura giunse in Russia dopo le altre tradotte, e and\u00f2 a finire che \u2013 nonostante io appartenessi alla 6\u00aa compagnia fucilieri \u2013 mi appiopparono di nuovo l\u2019incombenza di quel materiale una volta arrivati al fronte.\n\n<strong>A fine ottobre 1942 lei si riun\u00ec alla 6\u00aa compagnia del battaglione Tolmezzo. Ricevette per\u00f2 subito l\u2019ordine di recarsi a settanta chilometri dalla sua compagnia, con il compito di approntare sistemazioni idonee per le salmerie dell\u20198\u00ba reggimento. A me \u00e8 rimasto impresso il fatto che non le avessero fornito carte topografiche.<\/strong>\n\nProprio cos\u00ec. Oltretutto lungo il percorso non \u00e8 che ci fossero molti centri abitati, come punti di riferimento. Mi ero fatto degli schizzi. Avevo in mente due localit\u00e0, Novo Postojalovka e Drozdovo&#8230; mi orientavo con il sole, poi riuscii a ottenere indicazioni un po\u2019 pi\u00f9 precise lungo il tragitto. A volte \u2013 quando presenti \u2013 seguivo i pali della linea telefonica o telegrafica. Impiegai due giorni per arrivare a Drozdovo, finch\u00e9 incontrai un sottotenente (forse della Divisione Vicenza, non ricordo) che stava andando a far legna con alcuni fanti. Erano pratici dei luoghi e mi spiegarono come arrivare a destinazione, al kolkos Pervomaiskoe.\n\n<strong>La sua permanenza nel kolkos fu un\u2019occasione per conoscere alcune persone del luogo e per avvicinarsi alle tradizioni locali.<\/strong>\n\nS\u00ec, nel libro ho raccontato di quel breve periodo, inserendo anche una nota ricca di dettagli fra lettera e lettera. Giunti al kolkos, io e gli alpini che mi avevano accompagnato chiedemmo allo starosta dove avremmo potuto sistemarci. Ci indicarono due isbe, in una delle quali alloggiai con altri due o tre; l\u00ec vivevano una <em>mamka<\/em> \u2013 la mamma \u2013 e sua figlia, una ragazza pi\u00f9 o meno di venticinque anni. I civili erano molto umili, indossavano abiti logori e strappati. Un giorno facemmo una scorpacciata di passerotti, catturati da un alpino. Le isbe avevano il tetto di paglia e gli uccellini si sistemavano \u2013 la notte \u2013 fra stelo e stelo; quell\u2019alpino riusc\u00ec a prenderne un elmetto pieno. Li cuocemmo, ma i Russi erano schifati e non vollero assaggiare quella prelibatezza. Avevano abitudini alimentari diverse dalle nostre; per esempio nelle retrovie vidi allevare pollame e oche, ma per le uova, non per la carne. Nel kolkos c\u2019era un prigioniero russo affidato come aiuto allo starosta. Il prigioniero si fidanz\u00f2 con una ragazza e venne organizzata una festa a cui partecipammo anche noi. Cos\u00ec assaggiai la cucina tradizionale&#8230; la zuppa con la panna acida, la carne con la gelatina. Quest\u2019ultima era impilata in un grande vassoio al centro del tavolo; tutti si servivano direttamente con la forchetta di legno. C\u2019era anche un mucchio di favi di miele. Si mangiava il miele e si sputava la cera. La <em>mamka<\/em> della mia isba si diede anche da fare con serpentine, pignatte e boccali per preparare la vodka. Durante il procedimento chiuse buchi e fessure con la fanghiglia presa in cortile e io \u2013 per motivi di igiene \u2013 ero un po\u2019 riluttante all\u2019assaggio. Il risultato finale fu un liquido limpido, molto aspro e forte. La vodka era ricavata dalla fermentazione di graminacee e cereali. Loro ne bevevano in gran quantit\u00e0. La ingoiavano in un unico sorso. Io la assaggiavo appena e tra una risata e l\u2019altra, senza che se ne accorgessero, la spargevo sotto il tavolo. Fra le persone del kolkos rammento una ragazza con compiti amministrativi\u2026 mi rimase impressa poich\u00e9 per fare i conti utilizzava un pallottoliere; e poi c\u2019era una maestra con cui tentavo di parlare. Le raccontai di Bruno Mussolini \u2013 l\u2019aviatore \u2013 che era stato in Africa Orientale con mio zio Vittorio, quello che mi attacc\u00f2 la malattia per il volo. A proposito di aeronautica. Anche in Russia la passione era tanta. Quando si sentiva un rombo, ero sempre con il naso in su. Ci tenevo a riconoscere i vari modelli di aerei sovietici e chiesi a mio fratello di mandarmi un depliant dall\u2019Italia, di cercarmi articoli e materiale. Tornando al kolkos&#8230; Ricordo che il 7 novembre 1942 fu una giornata importante: era la festa dell\u2019Armata Rossa. Gli aerei &nbsp;sorvolarono la zona, lanciando manifestini di propaganda, di cui gli alpini e io ci disinteressammo. Le nostre competenze linguistiche, in ogni caso, non ci avrebbero consentito di tradurli. I civili, al contrario, li lessero con molto interesse. In seguito rientrai finalmente alla mia 6\u00aa compagnia ma la sfortuna volle che fu mandata a riposo proprio allora. Per cui una volta di pi\u00f9 mi trovai lontano dalla prima linea. Io, invece, ci tenevo a fare quell\u2019esperienza.<a name=\"1\"><\/a>\n\n<strong>Verso il 20 novembre arriv\u00f2 l\u2019ordine di trasferimento alla 114\u00aa Compagnia Armi Accompagnamento del battaglione Tolmezzo. Le venne affidato anche l\u2019incarico di tenere un corso di sci per gli alpini. Chi erano i <em>tassi<\/em>?<\/strong>\n\nI <em>tassi<\/em> erano gli alpini che \u2013 sugli sci \u2013 erano pi\u00f9 inesperti. Poi c\u2019erano i mezzani e, infine, gli assi, gente che sapeva sciare molto bene. Per queste lezioni uscivamo quando il sole era allo zenit, per circa due ore. Pensi che alle tre spesso si vedevano gi\u00e0 le Effemeridi. <span style=\"color: #3366ff;\"><strong><a style=\"color: #3366ff;\" href=\"#note\">(1)<\/a><\/strong><\/span>&nbsp; Insegnavamo soprattutto il fondo, il passo alternato, e come comportarsi in mezzo alla neve. Solo di tanto in tanto andavamo a cercare qualche breve tratto in discesa. Comunque di istruttori ce n\u2019erano di pi\u00f9 bravi. Io mi arrangiavo. Ma, non avendo le Vibram, utilizzare gli sci e gli attacchi di dotazione non era molto agevole, con gli scarponcelli&#8230;\n\n<strong>Vorrei mostrarle alcuni suoi disegni, risalenti \u2013 se non erro \u2013 al 1970. Come li ha realizzati?<\/strong>\n\nHo utilizzato inchiostro di china e pennarelli a punta molto sottile. Li ho fatti a memoria per fermare sulla carta alcuni momenti significativi della mia permanenza al Fronte Russo.\n\n<strong>Questo disegno raffigura un salvataggio. Vorrebbe raccontare l\u2019episodio a cui si riferisce?<a href=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/trincea.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-1659 size-medium\" src=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/trincea-300x214.png\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"214\" srcset=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/trincea-300x214.png 300w, https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/trincea.png 498w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/strong>\n\nAll\u2019epoca \u2013 dopo il periodo come istruttore di sci \u2013 comandavo il plotone mortai della 114\u00aa Compagnia Armi Accompagnamento. Era l\u20198 dicembre. Accadde a Rosso\u0161\u2019. C\u2019era un ponte di legno lastricato di ghiaccio vivo, color acciaio. Mi accompagnava un alpino, capopezzo di un cannone da 47\/32; ero restio a procedere con i nostri poveri sci su quel ghiaccio levigatissimo e inaffidabile. Ma l\u2019alpino mi rassicur\u00f2: \u201cSignor tenente, non si preoccupi&#8230; sono passato da qui anche l\u2019altro giorno.\u201d Mentre parlava era sceso dalla sponda e procedeva sul fiume ghiacciato. Quando si trov\u00f2 in mezzo il ghiaccio cedette, lui sprofond\u00f2 nell\u2019acqua gelida e io dovetti tirarlo fuori, senza cadere a mia volta. Dalla parte opposta, inoltre, era giunto un soldato tedesco per dare una mano. Anche lui and\u00f2 a bagno, nonostante si fosse avvicinato ventre a terra, ma in qualche maniera riusc\u00ec a uscire. Con mille accorgimenti tirai fuori l\u2019alpino. Venne portato all\u2019ospedale militare (nel frattempo era arrivato qualcuno ad aiutarmi), ma due giorni dopo rientr\u00f2 al reparto, senza nessuna conseguenza. In merito al disegno, devo dire che \u2013 basandomi sulla memoria \u2013 disegnai i piloni simili a quelli del Ponte di Bassano. In realt\u00e0 erano diversi ed \u00e8 stato il professor Alim Morozov, anni fa, a farmelo notare, mostrandomi una foto di allora.\n\n<strong>In una lettera alla sua famiglia racconta che, dopo il trasferimento della Julia a sud (met\u00e0 dicembre \u201942, n.d.r.),&nbsp; foste dotati dei famosi stivali di feltro sovietici.<\/strong>\n\nLi ricevemmo noi, del gruppo d\u2019intervento. E si poteva scegliere tra i valenki russi e i calzari usati dai Tedeschi. Questi ultimi avevano \u2013 forse \u2013 la suola rinforzata. Bellissimi, avevano punta e tallone in cuoio. Tutto il resto era in tela molto rustica, bianca. Erano provvisti anche di un risvolto \u2013 come gli stivali da moschettiere \u2013 da rialzare in caso di passaggio nella neve alta&#8230; In qualche fotografia si vedono, indossati dai Tedeschi. Alcuni ufficiali italiani, preferendo l\u2019estetica, scelsero queste calzature. Io, invece, mi fidai dell\u2019esperienza russa in materia di freddo, e optai per i valenki.\n\n<strong>Ma come arriv\u00f2 questa fornitura particolare?<\/strong>\n\nNon ne sono sicuro, \u00e8 probabile che nelle retrovie l\u2019Intendenza fece lavorare qualche fabbrica di valenki. Ma, come lei immagina, nelle retrovie erano immagazzinate molte cose: a parte i nostri pastrani e i guantoni foderati, con il pelo d\u2019agnello all\u2019interno, c\u2019erano pellicciotti ungheresi&#8230; e di sicuro qualche capo, invece di arrivare in linea dove ce ne sarebbe stato tanto bisogno, fu venduto da chi prefer\u00ec fare un po\u2019 di commercio personale. Un mio amico, l\u2019avvocato Zavagli di Firenze \u2013 che era a capo degli autocarri che trasportarono a sud il gruppo d\u2019intervento della Julia \u2013 mi rifer\u00ec di una sua indagine effettuata prima dell\u2019inverno 1942-\u201943. C\u2019era stato sentore di traffici un po\u2019 strani e ci furono anche delle denunce. Insomma, quello che vorrei dire \u00e8 che gli indumenti idonei c\u2019erano, anche se la loro distribuzione in alcuni casi lasci\u00f2 a desiderare. Quello di cui eravamo carenti erano i mezzi di trasporto e il carburante. E, oltre ad averne poco, durante il ripiegamento, a Postojalyj, capit\u00f2 che il gi\u00e0 citato Zavagli \u2013 d\u2019ordine superiore \u2013 dovette costringere gli autieri a travasare il carburante rimanente dai nostri automezzi a quelli tedeschi residui del disfatto XXIV Corpo Corazzato&#8230; autoblindo, semoventi, cannoni da 88 con trattore \u2013 non moltissimi, ma efficienti \u2013 che ripiegavano insieme alla colonna della Tridentina, con intesa di aiuto e appoggio reciproco.\n\n<strong>Quei mezzi del XXIV Corpo Corazzato germanico diedero un contributo fondamentale. Per quanto pochi, facilitarono la rottura degli sbarramenti sovietici posti sul cammino della Tridentina.<\/strong>\n\nSono d\u2019accordo. \u00c8 testimoniato da molti.\n\n<strong>Seguendo la cronologia narrativa, nel suo libro \u2013 in concomitanza con lo spostamento a sud della Julia \u2013 iniziano a comparire alcune pagine del memoriale che lei scrisse non appena rientrato in Italia dal Fronte Russo. Pagine diverse dalle lettere spedite fino a quel momento alla sua famiglia. Pi\u00f9 riflessive. Anche la corrispondenza di quel periodo mostra un cambiamento: si avverte il desiderio di non preoccupare eccessivamente i familiari, c\u2019\u00e8 ancora l\u2019ostentazione di una certa sicurezza, ma si percepisce anche un\u2019inquietudine latente. <\/strong>\n\nInquietudine e anche un certo rimorso. In quei giorni di duri combattimenti, i Russi venivano avanti e noi li falciavamo. Per forza. O noi o loro. A una distanza cos\u00ec grande da casa, il buco o la tana dove stavamo erano la nostra casa, e noi li difendevamo, come difendevamo i nostri compagni. Ci si proteggeva a vicenda, e nessuno era disposto a mollare. Per\u00f2 cominciammo a renderci conto di cosa era la guerra, e che un essere umano era niente. Questo turbava i nostri pensieri. In seguito, durante il ripiegamento, l\u2019atteggiamento della popolazione e il loro condividere quel poco che avevano acuirono il rimorso. Arriv\u00f2 la consapevolezza di essere stati corresponsabili di un\u2019invasione, anche senza volerlo.\n\n<strong>Torniamo ai disegni. Sono istantanee efficaci di momenti particolari: il Natale 1942, gli onori al suo ultimo caduto subito prima di iniziare il ripiegamento&#8230; <\/strong>\n\n<a href=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/trincea.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-1659 size-medium\" src=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/trincea-300x214.png\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"214\" srcset=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/trincea-300x214.png 300w, https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/trincea.png 498w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Ricordo che la notte di Natale ci mandarono \u2013 come viveri di conforto \u2013 le banane essiccate. Noi eravamo meravigliati. Ma fu la prima e ultima volta che mangiammo una cosa simile. Il caduto era Amelio Fantin, un portaordini. Il 17 gennaio avrebbe dovuto riferirmi l\u2019ora di sganciamento dalla linea. Per curiosit\u00e0 si sporse oltre l\u2019orlo della trincea e qualcuno, dalla parte opposta, lo fredd\u00f2 con una raffica. Quando me lo portarono il ripiegamento era davvero imminente. Smontammo un mortaio e nella sua buca posizionammo il corpo di Fantin, avvolto in un telo tenda; fu probabilmente l\u2019ultimo nostro soldato a ricevere sepoltura&#8230; in seguito, per le circostanze che vennero a crearsi, seppellire i caduti fu impossibile.<a href=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/ultimo_caduto.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-1660 size-medium\" src=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/ultimo_caduto-300x214.png\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"214\" srcset=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/ultimo_caduto-300x214.png 300w, https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/ultimo_caduto.png 498w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a> &nbsp;Durante i miei viaggi successivi in quei luoghi, cercai di individuare il calanco, il posto in cui avevamo seppellito Fantin, senza riuscirci. Sterpi, alberelli, smottamenti&#8230; l\u2019aspetto del terreno dopo tanti anni era cambiato. Ho assistito invece, nei primi anni \u201990, alle esumazioni dei cimiteri campali dell\u20198\u00ba e 9\u00ba reggimento, presso Golubaja Krini\u010da, in riva destra del Kalitva, e a Selenyj-Jar.\n\n<strong>Se le dico \u201cCiao, Ebene.\u201d, cosa le rammento?<\/strong>\n\nIl tenente Ebene comandava la 12\u00aa Compagnia dell\u20198\u00ba Reggimento della Julia. Avevo ricevuto ordine di smontare il telefono dei mortai nel bunker della 114\u00aa Compagnia. Ebene e io eravamo di retroguardia e, subito prima di disattivare l\u2019apparecchio telefonico, avrei dovuto pronunciare soltanto poche parole: \u201cContatto. Ciao, Ebene.\u201d, come per dirgli \u201cGuarda che noi andiamo, vieni via anche tu.\u201d Purtroppo fu fatto subito prigioniero e la sua compagnia si sfasci\u00f2, noi invece ci sganciammo e cominci\u00f2 il ripiegamento.\n\n<strong>A Opyt andarono distrutte le radio del Comando del Corpo d\u2019Armata Alpino. Le ripercussioni per Cuneense, Julia e Vicenza che \u2013 al contrario della Tridentina \u2013 stavano ripiegando seguendo un itinerario leggermente pi\u00f9 a sud, furono disastrose. Quelle tre divisioni, infatti, continuarono a dirigersi a Valuiki, secondo gli ordini ricevuti in precedenza. I resti esigui dei reparti che riuscirono a raggiungere quella citt\u00e0 furono catturati. Come, secondo lei, si sarebbe potuto evitare quanto avvenne alle tre Divisioni?<\/strong>\n\nNon si sarebbe potuto evitare. Al di l\u00e0 delle radio del Comando di Corpo d\u2019Armata, penso che le batterie delle nostre radio, quelle cio\u00e8 della Julia e della Cuneense, a poco a poco si esaurirono. Non c\u2019erano batterie di riserva, purtroppo, n\u00e9 la possibilit\u00e0 di ricaricare quelle a disposizione. Ricordo un radiotelegrafista della Julia \u2013 allora non sapevo chi fosse, lo conobbi soltanto anni dopo, era Luigi Venturini \u2013 che in un\u2019isba tentava di mettersi in contatto con il Comando, con qualcuno. Parlava in friulano per non farsi capire in caso di intercettazione, sollecitava l\u2019intervento degli Stukas. Dall\u2019altra parte il silenzio. La comunicazione venne a mancare e i nostri appelli non ebbero risposta. L\u2019avviso di puntare su Nikolaevka fu ricevuto dai Tedeschi, che avevano radio pi\u00f9 potenti.<a name=\"2\"><\/a>\n\n<strong>Se avessero mandato una Cicogna tedesca, per avvisare&#8230;<\/strong><a name=\"3\"><\/a>\n\nScoprii in seguito che il generale Nasci mand\u00f2 Martinat, suo Capo di Stato Maggiore, alla ricerca delle altre divisioni&#8230;\n\n<strong>Di questo ho letto nel volume del maggiore Carmelo Catanoso, comandante il Battaglione Pieve di Teco: afferma che il 20 gennaio Nasci ordin\u00f2 a Martinat di raggiungere la Julia, la Cuneense e la Vicenza per comunicare loro le tappe successive.Martinat incontr\u00f2 soltanto Pascolini, <span style=\"color: #3366ff;\"><a style=\"color: #3366ff;\" href=\"#note\">(2)<\/a>&nbsp;<\/span> presso il kolkos Lesni\u0161anskij, vicino a Postojalyj; gli rifer\u00ec che bisognava puntare su Valuiki. Secondo gli ordini, si sarebbe dovuto arrivare in quel centro abitato il 26 gennaio&#8230;<span style=\"color: #3366ff;\"> <a style=\"color: #3366ff;\" href=\"#note\">(3)<\/a><\/span><\/strong><a name=\"4\"><\/a>\n\nPurtroppo Valuiki era gi\u00e0 in mano sovietica fin dal 19 gennaio e non si seppe. In seguito \u2013 il 21 gennaio \u2013 soltanto la Tridentina (grazie a una radio tedesca) riusc\u00ec a ricevere l\u2019ordine di cambiare tragitto, e di dirigersi a Nikolaevka, meno presidiata.\n\n<strong>Gi\u00e0. Torniamo ai suoi disegni. Uno di essi rappresenta la battaglia di Novo Postojalovka, del 20 gennaio 1943, definita dal professor Alim Morozov &nbsp;<span style=\"color: #3366ff;\"><a style=\"color: #3366ff;\" href=\"#note\">(4)<\/a><\/span> \u201clo scontro pi\u00f9 sanguinoso che hanno avuto gli Italiani in Russia.\u201d Come riusc\u00ec a sfuggire a quei combattimenti e a quelli del 22 gennaio, a Novogeorgevski?<\/strong>\n\n<a href=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/accerchiamento.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-1663 size-medium\" src=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/accerchiamento-300x214.png\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"214\" srcset=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/accerchiamento-300x214.png 300w, https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/accerchiamento.png 498w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Innanzitutto c\u2019\u00e8 da dire che quegli scontri per noi durissimi impegnarono forze sovietiche, favorendo il ripiegamento della colonna della Tridentina, che marciava pi\u00f9 o meno dodici chilometri pi\u00f9 a nord. Julia e Cuneense si dissanguarono, ma tennero occupati i Russi, diedero loro filo da torcere. Questo non bisogna dimenticarlo. A Novogeorgevski il mio comandante di compagnia \u2013 il tenente Maset \u2013 mi disse: \u201cCeo, ghe semo, xe meio \u2018ndarghe incontro.\u201d Fu l\u2019unica volta in cui lo vidi un po\u2019 demoralizzato. D\u2019altra parte i carri, prima a Novo Postojalovka, poi a Novogeorgevski, fecero un massacro.Se si trovavano davanti un\u2019isba la tiravano gi\u00f9. Se un pezzo rimaneva senza munizioni, loro stiravano tutto, passavano sopra a cannone e serventi. Convinsi il tenente a non mollare; dietro l\u2019isba ci buttammo in un calanco, nella neve vergine, e da l\u00ec proseguimmo per un pezzo, giorno e notte, lontani dalle piste. Eravamo circa una ventina.\n\n<strong>Il vostro piccolissimo gruppo riusc\u00ec a ricongiungersi alla colonna della Tridentina. Trovaste nel caos un certo numero di alpini del vostro Tolmezzo. <\/strong>\n\nCome ho detto ci eravamo allontanati da Novogeorgevski seguendo itinerari non battuti. Puntammo diritto a ovest, grazie alla stella polare. A un certo punto ci imbattemmo in una pista con tracce evidenti di cingoli e la imboccammo, un po\u2019 titubanti. In quel modo incrociammo la Tridentina \u2013 ferma a \u0160eljakino (oggi Sovetskoe) \u2013 la cui colonna si muoveva dodici chilometri a nord rispetto a quelle della Julia, della Cuneense e della Vicenza. E trovammo gente del Tolmezzo&#8230; tra noi e loro eravamo circa una cinquantina.\n\n<strong>Alcune pagine del memoriale \u2013 quelle relative ai combattimenti di Nikitovka e Nikolaevka \u2013 sono inserite anche nel secondo volume di Fronte russo: c\u2019ero anch\u2019io, curato da Giulio Bedeschi. Descrive una comprensibile invidia nei confronti di due aerei tedeschi che sorvolarono la colonna in ritirata. In quei momenti il volo acquist\u00f2 un valore particolare.<\/strong>\n\nVedere quegli aerei, e pensare a noi che marciavamo, stremati, braccati, pieni di pidocchi&#8230; mi demoralizzava parecchio. Il volo era in quel momento simbolo di libert\u00e0, di lontananza dalla sofferenza. A volte un aereo trainava un aliante, che poi si posava nei pressi di reparti tedeschi. La poppa del velivolo veniva aperta e si scaricavano carburante, munizioni e viveri. In altri casi il lancio di questi materiali, chiusi dentro contenitori appositi, si effettuava con il paracadute.\n\n<strong>Nei pressi di Nikolaevka lei e i suoi compagni attraversaste una palude gelata per sfuggire alle raffiche di armi automatiche e ai colpi di mortaio. Italiani e Tedeschi: in quell\u2019occasione soccorreste un alpino della Tridentina ferito, caricandolo sulla slitta; ma ignoraste un soldato tedesco a sua volta ferito. Non c\u2019era pi\u00f9 spazio sulla slitta oppure fu una scelta dettata da altri motivi?<\/strong>\n\nNo, non potevamo proprio soccorrerlo, non c\u2019era spazio. E, inoltre, il suo era lo sguardo di un uomo agonizzante. Non aveva speranze. L\u2019alpino, invece, era ferito in modo marginale e pi\u00f9 avanti lo riaffidammo al suo reparto.\n\n<strong>Ha scritto parole di comprensione per i cosiddetti sbandati: li definisce autieri senza macchina, artiglieri senza cannoni, truppa senza comandanti, conducenti senza muli. A distanza di anni, al di l\u00e0 della retorica, pensa che lo sbarramento di Nikolaevka sarebbe stato superato senza il concorso di quella massa enorme, ormai senza alcun inquadramento?<\/strong>\n\nNon si pu\u00f2 avere un giudizio del tutto negativo nei confronti degli sbandati, perch\u00e9 erano persone prive di una guida, senza pi\u00f9 legami con i rispettivi reparti di appartenenza. Ma il loro apporto serv\u00ec durante la battaglia di Nikolaevka. Perch\u00e9 i Russi, vedendo quel formicaio di uomini precipitarsi in basso come una valanga, pensarono: \u201cLasciamo il campo, questi ci mangiano vivi.\u201d\n\n<strong>\u201cRing kaput\u201d, cos\u00ec vi salutarono alcuni soldati tedeschi pochi giorni dopo Nikolaevka. Riesce a descrivere cosa prov\u00f2 in quell\u2019istante?<\/strong>\n\n<a name=\"5\"><\/a>\n\nEravamo verso Belgorod. Vedemmo spuntare in quel bianco-grigio delle forme. Ci venivano incontro. Erano autoblindo tedesche. Fu un\u2019emozione grande. Poi arrivammo a \u0160ebekino e l\u00ec iniziarono a dividere i vari reparti, a fare i primi tristi conteggi. L\u00ec il colonnello Signorini ebbe quell\u2019attacco al cuore.\n\n<a name=\"6\"><\/a>Signorini <span style=\"color: #3366ff;\"><strong><a style=\"color: #3366ff;\" href=\"#note\">(5)<\/a> <\/strong><\/span>fu portato a Charkov e, dopo il decesso, fu sepolto nel cimitero militare di quella citt\u00e0. Ma questo si scopr\u00ec soltanto nel 1997, quando Onorcaduti firm\u00f2 una convenzione per le esumazioni anche con il governo ucraino. E devo dire che, se quei documenti furono firmati, fu anche merito nostro, dell\u2019A.N.A.; una delegazione \u2013 di cui anch\u2019io facevo parte \u2013 era stata invitata nel 1995 a una commemorazione a Mariupol\u2019 per il 50\u00b0 anniversario della fine del secondo conflitto mondiale. Da l\u00ec partirono gli accordi tra le autorit\u00e0 e gli enti per potere scavare anche su suolo ucraino. <a href=\"#note\"><strong><span style=\"color: #3366ff;\">(6)<\/span><\/strong><\/a> A proposito di Charkov, ricordo la storia di Dario Fronza. Era un mio compagno di corso, sia ad Aosta, sia a Bassano. In Russia era con il Battaglione Verona; fu ferito a Postojalyj, il 19 gennaio (terzo giorno di ritirata), e messo su una slitta. Dal cimitero di Charkov vennero esumati anche i suoi resti. Dal certificato di morte risultava deceduto il 3 febbraio, sedici giorni dopo Postojalyj. Questo mi ha fatto molto pensare all\u2019abnegazione dei conducenti con i loro muli, persone umili, rimaste per lo pi\u00f9 ignote o in ombra. Penso alle difficolt\u00e0 di quei giorni e a ci\u00f2 che quell\u2019alpino riusc\u00ec a fare: si occup\u00f2 di Dario per lunghi giorni, gli trov\u00f2 da mangiare, riusc\u00ec a ricoverarlo al caldo e a rincuorarlo ogni sera per poi ripartire il mattino successivo. Furono eroismi frequenti, rimasti in molti casi senza nome. Ricordo Cenci e Fiocca, Don\u00e0 e Don Bareggia. Cenci si commuove sempre quando racconta del suo alpino che l\u2019accudiva \u2013 Cenci era ferito gravemente \u2013 passandogli bocca a bocca acqua e cibo!\n\n<strong>S\u00ec, ne ho letto nel libro di Cenci, <em>bomba<\/em>&nbsp;di burro&nbsp;. Quando riusc\u00ec di nuovo a scrivere alla sua famiglia \u2013 una volta fuori dalla sacca \u2013 le cartoline sembrano inviate da un\u2019altra persona, rispetto al ragazzo delle prime lettere.<\/strong>\n\nAvevo conservato una cartolina in tasca e la scrissi; ad Achtirka vidi un carabiniere e gli chiesi se ci fosse la posta. Me la sped\u00ec lui. In seguito ne mandai altre tre o quattro, ripetendo pi\u00f9 o meno le stesse cose. \u201cSono fuori&#8230;\u201d Ero come trasognato, se devo dire la verit\u00e0 ricordo poco di quei giorni&#8230; soltanto alcuni dettagli. Come l\u2019alpino che ad Achtirka con farina e patate (l\u00ec si trovava di tutto) riusc\u00ec a fare gli gnocchi. O come la <em>Pianto Antico<\/em>.di burro e marmellata per farcire i panini che preparai insieme al tenente Maset, o l\u2019alpino (certo cacciatore) che con il suo \u201991 centr\u00f2 una lepre in corsa a duecento metri dalla colonna&#8230;\n\n<strong>Se non erro, una volta uscito dalla sacca, un sarto le confezion\u00f2 il molokai, il tipico copricapo russo.<\/strong>\n\nAltri lo chiamano colbacco, ma non credo sia il termine giusto. Me lo fece un Russo di Rogi, nei pressi di Gomel. C\u2019era una fila di isbe di legno costruite molto bene, anche se avevano il tetto di paglia. Davanti al solito pozzo a bilico scattammo delle foto con i bambini del luogo. Io feci tutto il ripiegamento con l\u2019elmetto in testa, che cercavo di mascherare con un fazzoletto bianco. Per quanto riguarda il resto degli indumenti, sotto l\u2019elmetto avevo un passamontagna bianco da sciatore, di quelli del Battaglione Monte Cervino. Sopra la giubba d\u2019ordinanza indossavo un giubbotto ungherese con alamari, poi il nostro pastrano con il pelo d\u2019agnello. Per\u00f2 a volte \u2013 sentivo un freddo terribile alle braccia \u2013 aggiunsi una coperta sopra tutti quegli strati. Sembravo un po\u2019 uno zingaro e Maset, il comandante della mia compagnia, mi rimprover\u00f2: \u201cCeo, no te me piasi, coss\u00ec.\u201d Comunque non avevo il molokai. A Rogi scoprii un sarto, provvisto di macchina da cucire e a lui chiesi di confezionarmi il copricapo. Data la mia poca dimestichezza con la lingua, mi feci aiutare da qualche alpino che masticava il russo molto meglio di me. Il sarto comprese subito e mi domand\u00f2: \u201cE la stoffa?\u201d L\u2019avevo! Procurata tagliando di nascosto il cappuccio da un bel cappotto di un Tedesco della Flak. Il cappotto era buttato su una slitta, in marcia. Nessuno si accorse di niente. Inoltre diedi al sarto anche una bella pezza da piedi bianca del mio corredo, da usare come fodera. Il pelo per il molokai fu ricavato dal sacco a pelo, se ben ricordo, o forse dal pelo interno del pastrano.\n\n<strong>Vorrebbe raccontare qualcosa del periodo di contumacia a S. Candido?<\/strong>\n\nPartimmo in treno da Rogi il 12 marzo 1943 \u2013 giorno del mio ventiduesimo compleanno \u2013 e arrivammo a Brest Litovsk. Su un treno speciale effettuarono la prima spidocchiatura. Lasciammo i vestiti e gli inservienti li portarono in un vagone con un\u2019apparecchiatura che funzionava a vapore e zolfo. Ce li restituirono caldissimi e puzzolenti al punto da dare la nausea, per lo zolfo utilizzato. Noi, nel frattempo, in un vagone intermedio avevamo fatto la doccia. Cos\u00ec disinfestati prendemmo un treno, non merci, ma con scompartimenti. A Vipiteno ci fecero la seconda spidocchiatura. Gli alpini trascorsero il periodo di contumacia a Monguelfo, mentre noi ufficiali andammo a S. Candido. Una roba! Scoprimmo di nuovo l\u2019acqua calda, il letto con i piumoni.\n\n<strong>Il memoriale \u2013 che nel suo libro integra le lettere scritte alla sua famiglia dal fronte orientale \u2013 venne scritto subito dopo il rimpatrio, ma rimase chiuso in un cassetto molti anni.<\/strong>\n\nDurante la licenza successiva al rimpatrio \u2013 e anche dopo \u2013 mi costrinsi a scrivere un\u2019ora al giorno. Volevo ricostruire ogni cosa con puntiglio. Calzavo i valenki \u2013 in casa mia allora non c\u2019erano i termosifoni \u2013 e mi rifugiavo nell\u2019angolo pi\u00f9 remoto dell\u2019alloggio per non essere disturbato. Per\u00f2 \u00e8 vero, per decenni rimase in un cassetto.\n\n<strong>A Rosso\u0161\u2019 ha partecipato nei primi anni \u201890 alla costruzione di una grande scuola materna quale simbolo di pace e di riparazione.<\/strong>\n\nL\u2019edificio consiste in 1400 m\u00b2 di superficie coperta, pi\u00f9 una parte interrata resa abitabile. Di questa pi\u00f9 di un terzo \u00e8 per la scuola materna, un terzo \u00e8 per il museo del professor Alim Morozov (cinque sale), e il resto \u00e8 A.N.A.: cucine, docce, servizi, refettorio e un\u2019aula&#8230;\n\n<strong>&#8230; dove la professoressa Gianna Valsecchi tiene i suoi corsi di lingua italiana rivolti alla popolazione locale. Esatto. Io ho un cd in cui compare una ragazza russa che recita la famosa poesia di Carducci, <em>Pianto Antico<\/em>. Bisogna sentire come \u00e8 brava! Gianna Valsecchi insegna non solo regole grammaticali, ma anche letteratura e cucina italiana.<\/strong>\n\nI Russi a Rosso\u0161\u2019 hanno concesso di erigere un monumento in memoria degli ex avversari. E qui vorrei affrontare un tema che le sta a cuore: quello dei rapporti fra le truppe italiane e la popolazione locale durante la Campagna di Russia. So che ha reagito sdegnato alla pubblicazione del libro di Thomas Schlemmer, storico tedesco e autore di <em>Invasori non vittime<\/em>. Agli inizi del 2007 fu pubblicato un articolo su L\u2019Adige&#8230; dove in poche parole si affermava che la storia degli <em>Italiani brava gente<\/em> \u00e8 solo un luogo comune; il tono e le argomentazioni mi hanno fatto arrabbiare; telefonai subito a Rigoni Stern dicendogli che io mi sarei esposto, pregandolo di fare altrettanto. Scrissi un articolo, perch\u00e9 quanto avevo letto su <em>L\u2019Adige<\/em> mi sembrava quantomeno azzardato. Il professor Morozov, citato in precedenza, ha scritto a sua volta un libro \u2013 <em>Dalla lontana infanzia di guerra<\/em>, pubblicato nel 1995 dal Museo della Guerra di Rovereto \u2013 che testimonia l\u2019atteggiamento degli Italiani. Lui fa un esempio: quando a Rosso\u0161\u2019 passava un alpino la gente non era intimorita, anzi faceva crocchio per qualche scambio o baratto: sapone, sale, pettini, fiammiferi; se \u2013 invece \u2013 si trattava di un Tedesco, porte e finestre erano sbarrate, nessuno si faceva vedere. Altro esempio: gli Italiani chiedevano sempre il permesso, prima di entrare in un\u2019isba. I Tedeschi buttavano fuori gli abitanti dalle abitazioni senza pensarci due volte. Sono paragoni che fa lui, non sono io a dirlo. Poi, certo, c\u2019\u00e8 anche l\u2019Italiano antipatico, come quello che gli strapp\u00f2 un rullino di fotografie. Non \u00e8 che siamo tutti Santi. Per\u00f2 nella media il comportamento fu buono. Per quanto riguarda il monumento a Rosso\u0161\u2019, fu realizzato con il contributo e l\u2019appoggio di Morozov.\n\n<strong>Lei \u00e8 tornato in Russia pi\u00f9 volte: cosa l\u2019ha emozionata di pi\u00f9 nel ripercorrere lo spazio e il tempo?<\/strong>\n\nHo provato molta tristezza, a dire il vero. A distanza di tanto tempo l\u2019orografia cambia e si fatica a riconoscere i luoghi. Quindi resta una specie di desiderio insoddisfatto. Bilanciato, per\u00f2, dall\u2019accoglienza cordiale da parte della gente, i cui ricordi di tanto in tanto emergono: \u201cUna mia zia fu curata da un vostro medico&#8230;\u201d Una localit\u00e0 riconoscibilissima, per\u00f2, \u00e8 la salita di \u0160eljakino. Tanto che ad avvicinare due foto \u2013 una di allora e una attuale \u2013 sono pressoch\u00e9 uguali, fatta eccezione per la pellicola a colori, utilizzata nell\u2019immagine pi\u00f9 recente.\n\n<strong>Se mi consente, vista la mia incompetenza artistica, ho trovato molta differenza tra i suoi acquerelli \u2013 ne ho visti alcuni su internet (<a href=\"http:\/\/www.enricodalbosco.it\/guidovettorazzo\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">http:\/\/www.enricodalbosco.it\/guidovettorazzo<\/a>) \u2013 e i disegni che abbiamo osservato prima: questi ultimi sono nudi, essenziali, un graffio deciso. Mentre gli acquarelli sono delicatissimi e pieni dei colori della Vallagarina, del Lago di Garda&#8230; <\/strong>\n\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-1664 size-full\" src=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/acquerelli.jpg\" alt=\"\" width=\"648\" height=\"585\" srcset=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/acquerelli.jpg 648w, https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/acquerelli-300x271.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 648px) 100vw, 648px\" \/>\n\nNei disegni volevo rappresentare l\u2019episodio come tale. Non c\u2019\u00e8 fantasia, sono documenti di memoria. Non posso inventare ci\u00f2 che non ricordo. Per dipingere gli acquerelli, invece, stavo l\u00ec ore a guardare, a interpretare luci e colori&#8230; erano gli elementi paesaggistici o architettonici a catturare la mia attenzione.\n\n<strong>Nei ventidue anni in cui \u00e8 stato direttore responsabile del Doss Trent, c\u2019\u00e8 un articolo \u2013 tra quelli pubblicati \u2013 che in particolare le \u00e8 rimasto impresso? E c\u2019\u00e8 qualcosa \u2013 sulla Campagna di Russia \u2013 che secondo lei ancora non \u00e8 stato scritto?<\/strong>\n\nA me piacerebbe approfondire alcuni particolari, ma come si fa, dopo tanti anni? Per esempio, durante uno degli ultimi viaggi in Russia ho scoperto delle grotte a Belogorje, nel settore tenuto dalla Tridentina. Si tratta di grotte molto vaste e complesse, tipo catacombe scavate nel tufo o nel gesso. Ne ho scritto, ma nessuno mi ha contattato in merito. L\u00ec erano posizionati i battaglioni del 5\u00b0 Reggimento. Mi sembra cos\u00ec strano che nessuno ne abbia mai scoperto l\u2019esistenza, mentre eravamo al fronte. Per\u00f2 pi\u00f9 passa il tempo, pi\u00f9 avere delle risposte diventa arduo&#8230; E resto insoddisfatto.\n\n<a id=\"note\" name=\"note\"><\/a>\n\n<a href=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/libri\/cento-lettere-dalla-russia-1942-43\/\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-1669 size-medium\" src=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/libro_cento_lettere-263x300.png\" alt=\"\" width=\"263\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/libro_cento_lettere-263x300.png 263w, https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/libro_cento_lettere.png 312w\" sizes=\"auto, (max-width: 263px) 100vw, 263px\" \/><\/a><a href=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/libri\/il-trentino-i-trentini-nella-seconda-guerra-mondiale\/\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-1670 size-medium\" src=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/libro_trentino-263x300.png\" alt=\"\" width=\"263\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/libro_trentino-263x300.png 263w, https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/wp-content\/uploads\/2022\/12\/libro_trentino.png 312w\" sizes=\"auto, (max-width: 263px) 100vw, 263px\" \/><\/a>\n\n___________________________________________________\n\n<span style=\"color: #3366ff;\"><strong><a style=\"color: #3366ff;\" href=\"#1\">(1)<\/a> <\/strong><\/span>Termine meteo-aviatorio: il crepuscolo prima del buio.\n\n<span style=\"color: #3366ff;\"><strong><a style=\"color: #3366ff;\" href=\"#2\">(2)<\/a><\/strong><\/span> Il generale Etelvoldo Pascolini comandava la Divisione Vicenza.\n\n<strong><a href=\"#3\"><span style=\"color: #3366ff;\">(3)<\/span><\/a><\/strong> A tale proposito: C. Catanoso, Il 1\u00ba Reggimento Alpini dal Don all\u2019Oskol, Morino, 1955, Genova-Cagliari e C. Catanoso, A. Uberti, La Divisione Alpina Cuneense al Fronte Russo, 1942-1943, Morino, 1980, Genova.\n\n<span style=\"color: #3366ff;\"><strong><a style=\"color: #3366ff;\" href=\"#4\">(4)<\/a><\/strong><\/span> Il professor Alim Morozov all\u2019epoca della Campagna di Russia era un bambino. Studioso di quegli eventi, gestisce un museo che ha sede nello stesso edificio che gli alpini hanno realizzato a Rosso\u0161\u2019 tra il 1992 e il 1993, nello stesso luogo in cui si trovava il Comando del Corpo d\u2019Armata alpino.\n\n<span style=\"color: #3366ff;\"><strong><a style=\"color: #3366ff;\" href=\"#5\">(5)<\/a> <\/strong><\/span>Il colonnello Paolo Signorini era il comandante del 6\u00ba Reggimento della Divisione Tridentina.\n\n<strong><a href=\"#6\"><span style=\"color: #3366ff;\">(6)<\/span><\/a> <\/strong>Molti dei luoghi toccati dalle nostre truppe durante la Campagna di Russia vennero a trovarsi entro i confini ucraini, dopo la dissoluzione dell\u2019Unione Sovietica.","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Patrizia Marchesini. Vettorazzo, S.Ten. 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