{"id":1633,"date":"2022-05-16T15:13:03","date_gmt":"2022-05-16T15:13:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/?p=1633"},"modified":"2022-12-10T21:44:00","modified_gmt":"2022-12-10T21:44:00","slug":"il-cognac-non-piacque-a-carolina","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.arteinzucca.it\/centoventesimo\/il-cognac-non-piacque-a-carolina\/","title":{"rendered":"Il cognac non piacque a Carolina"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\r\n\r\n<figure class=\"wp-block-table alignleft is-style-stripes\">\r\n<table>\r\n<thead>\r\n<tr>\r\n<th><em><strong>Tratto da &#8220;Fronte russo: c&#8217;ero anch&#8217;io&#8221; a cura di Giulio Bedeschi, ed. Mursia, Milano 1983<\/strong><\/em><\/th>\r\n<\/tr>\r\n<\/thead>\r\n<tbody>\r\n<tr>\r\n<td><em><em>Questo racconto \u00e8 un frammento molto interessante della produzione di Gino Papuli che mette in luce la sua originale anima. Carolina non \u00e8 una fidanzata e nemmeno una donna di un villaggio russo ma una &#8220;macchina&#8221;, per la precisione \u00e8 un camion Fiat 626. Papuli ci convince che anche un veicolo, essendo un prodotto dell&#8217;uomo, pu\u00f2 avere &#8220;una propria vita\u201d, un proprio \u201c &#8216;carattere&#8217; ben definito e diverso da tipo a tipo&#8221; verso il quale si pu\u00f2 provare persino &#8220;amicizia&#8221; e &#8220;affetto&#8221; perch\u00e8 &#8220;una macchina ha un corpo con organi differenziali: ha uno scheletro, un sistema circolatorio, un sistema nervoso, come gli animali delle specie superiori.&#8221;. Carolina \u00e8 &#8220;la macchina&#8221; riflesso dell&#8217;uomo che l&#8217;ha costruita e alla quale dovere la vita ed esserle riconoscente fino alla fine. Un &#8220;non oggetto&#8221; carico di un suo valore estetico proprio di certo tipo di prodotto industriale &#8220;figlio&#8221; delle fatiche e dall&#8217;ingegno dell&#8217;uomo. Un punto di vista singolare di un grande scrittore che, con le sua abilit\u00e0, riesce a trasmettere, con poetica chiarezza, le &#8220;immagini&#8221; della sua esperienza attraverso quel suo particolare modo di rielaborare la realt\u00e0. Una persona di grande umanit\u00e0 che, ventenne sottotenente del 120\u00b0, non si sottrae alle responsabilit\u00e0 alle quali gli eventi lo sottopongono e che ha a cuore le sorti dei sui soldati.<\/em><\/em><\/td>\r\n<\/tr>\r\n<\/tbody>\r\n<\/table>\r\n<\/figure>\r\n\r\n\r\n\r\n<p>&nbsp;<\/p>\r\n<p>Dal piccolo rilievo dietro il quale era sistemato il Comando di gruppo, si distingueva il letto ghiacciato del Don; sull\u2019altra riva erano i capisaldi nemici. Nell\u2019oscurit\u00e0 della notte tutto il fronte taceva, ed io mi chiedevo se quella fosse davvero la prima linea. Ero giunto in batteria poche ore prima, ed al Comando di reggimento il colonnello mi aveva gi\u00e0 detto che il II gruppo si sarebbe dovuto muovere prima dell\u2019alba perch\u00e8 destinato al settore di una divisione vicina, con compiti di rinforzo. Quando il sole trasform\u00f2 in oro l\u2019argento del triste paesaggio nevoso, avevamo lasciato le postazioni da un paio d\u2019ore. Ci fermammo lungo la pista per la distribuzione dei viveri di conforto e allora \u2013 nella luce del giorno \u2013 potei vedere il gruppo al completo. Per me che provenivo dall\u2019\u201dippotrainata\u201d, era uno spettacolo insolito: in luogo di una coreografica fila di cavalli fumiganti, una composta colonna di sessanta automezzi; invece di un fitto scalpitio soffocato dalla neve rabbiosa, un contenuto rombo di motori. Quella fu la mia prima conoscenza con le macchine del gruppo, una conoscenza che non ebbe bisogno di presentazioni e che si approfond\u00ec in breve tempo fino a trasformarsi in effetto. C\u2019\u00e8 chi sorride con aria di sufficienza quando sente parlare di amicizia e di affetto per una macchina; eppure non dovrebbe essere difficile comprendere il significato e la ragione di tali sentimenti: basti pensare a cosa \u00e8 una macchina, creatura dell\u2019uomo e perci\u00f2 con i pregi ed i difetti di questi. Una macchina non \u00e8 un \u201coggetto\u201d come un sasso o un tagliacarte. Una macchina ha un corpo con organi differenziati: ha uno scheletro, un sistema circolatorio, un sistema nervoso, come gli animali delle specie superiori. Ha \u2013 soprattutto \u2013 una propria \u201cvita\u201d, un proprio \u201ccarattere\u201d ben definito e diverso da tipo a tipo. Forse, a quei tempi, neppure io ero ben certo di queste cose. Ma due fattori esercitarono su di me la loro influenza determinante; i necessari contatti con le macchine, e gli avvenimenti bellici che seguirono. Quanto ai primi, essi erano pi\u00f9 vasti di quelli che comunemente si chiedono ad un sottotenente di artiglieria. In qualit\u00e0 di ultimo arrivato ebbi, sin dal primo giorno, l\u2019incarico non sempre piacevole di provvedere alla manutenzione e riparazione degli automezzi del gruppo. Perci\u00f2, quando non ero alla \u201clinea pezzi\u201d, sorvegliavo gli autisti ed i meccanici cercando di sopperire con il buon senso alla poca esperienza. In marcia, viaggiavo in coda alla colonna per aiutare le macchine in difficolt\u00e0. Per fortuna, i guasti di una certa importanza erano rari, specialmente in considerazione del fatto che il reggimento era al fronte da oltre un anno e non aveva mai avuto lunghi riposi. Gli autocarri avevano ancora gli specchi retrovisivi, quegli specchi precariamente incernierati a sbalzo sui montanti anteriori della cabina, che un mio collega dell\u2019autocentro asseriva essere come il cordone ombelicale dei neonati, che cade entro il settimo giorno. Di scansafatiche ce n\u2019erano pochi. Potevano sembrarlo i TL 37 SPA \u2013 cui era affidato il traino dei nostri cannoni \u2013 ma le loro pigrizie mattutine erano dovute soltanto agli artritismi della trasmissioni, che si riacutizzavano quando la temperatura scendeva sotto i 30\u00b0 o 40\u00b0 sotto zero. Anche lo SPA 38 dell\u2019officina era lento e rimaneva sempre indietro, ma la sua andatura stanca era giustificata dal pensante carico che portava: n\u00e9 si poteva pretendere che ce la facesse a correre con i colleghi molto pi\u00f9 giovani e potenti di lui. Le due Millecento del Comando si davano un po\u2019 di arie. Erano normali berline di colore blu, capitate a sproposito in mezzo a tutte quelle macchine in divisa, e volevano mantenere le distanze. Per essere delle \u201cborghesi\u201d bisogna riconoscere che si difendevano bene anche sulla infide piste nevose. Una di esse, per\u00f2, aveva un difetto che a lungo andare non le fu possibile tenere nascosto: la sede di una candela era spanata. Non potendo si provvedere diversamente, la candela veniva avvitata alla meglio con l\u2019aiuto di un po\u2019 di stoppa o di spago; ma, nei momenti pi\u00f9 inopportuni, saltava via battendo con fragore contro il cofano, ed il motore marciava a tre cilindri. I \u201c626\u201d a benzina costituivano il grosso del nostro autoparco ed erano, senza metafora, i nostri \u201ccavalli di battaglia\u201d. Macchine di razza, non si rifiutavano mai alla partenza e la loro faccia camusa e buona arrivava dappertutto. Uno di questi si chiamava Carolina. Carolina ebbe molta importanza nella storia del gruppo perch\u00e8 il suo nome \u00e8 legato agli avvenimenti bellici che si verificano nell\u2019inverno 1942-1943, subito dopo il mio arrivo al fronte. Difatti, mentre il nostro gruppo era impegnato a sviluppare le sue azioni di fuoco in aiuto della divisione italiana confinante (la Torino), il nemico attacc\u00f2 in forze. Ci\u00f2 che a noi parve \u2013 all\u2019inizio \u2013 un\u2019offensiva locale, era invece la prima fase di quella grande battaglia invernale di cui nessuno pu\u00f2 dimenticare le tragiche conseguenze. Il II gruppo fu richiamato d\u2019urgenza nel proprio settore reggimentale, ma non fece in tempo a tornarvi. In tal modo si salv\u00f2 dall\u2019immediato annientamento, ma rimase tagliato fuori, in una delle tante sacche che il dilagare della forze corazzate nemiche aveva cucite intorno ai reparti nostri ed alleati. L\u2019anabasi del II gruppo si apr\u00ec con un combattimento sostenuto a Mescoff per ritardare l\u2019avanzata avversaria e permettere il ripiegamento delle nostre truppe. Subito dopo dovemmo caricare sui nostri automezzi i resti dei due reggimenti bersaglieri della nostra divisione. Erano solo poche decine di uomini, ma per far loro posto dovemmo abbandonare tutte le cose non indispensabili e tutti gli equipaggiamenti, compresi quelli personali che furono ridotti alle coperte ed alle gavette. Per dare maggiore capienza agli autocarri, si buttarono via anche i tendoni. Questo sacrificio ci parve grande perch\u00e8 ancora non sapevamo quel che ci attendeva. Cinquanta chilometri ad est di Millerowo ricevemmo l\u2019ultimo rifornimento di benzina. Poi, per dodici giorni, fu un susseguirsi si marce estenuanti, di speranze senza conferma, di assaliti disperati per aprirci una via verso la salvezza o per la conquista di un villaggio dove poter passare la notte al riapro dal gelo mortale. La mancanza di carburante fu la tragedia pi\u00f9 sentita di quei giorni, e la causa della perdita di molte vite umane. Quando fu chiaro che non avremmo potuto contare sull\u2019aiuto di nessuno n\u00e9 ricevere rifornimenti di alcuna specie, abbandonammo e distruggemmo i trattori: erano mezzi di poca capienza per gli uomini, e consumavano parecchio. I cannoni furono agganciati ai \u201c626\u201d. Poi fu l\u2019agonia di questi ultimi. I livelli della benzina scendevano inesorabilmente e fu necessario sacrificare alcuni autocarri in favore di quelli che trasportavano il \u201creparto d\u2019assalto\u201d, ossia gli uomini cui era devoluto il compito di proteggere la ritirata della interminabile colonna a piedi. Lungo le piste che noi battevamo e in prossimit\u00e0 delle isbe sperdute nella steppa, sostavano \u2013 senza pi\u00f9 vita \u2013 automezzi di tutte le specie e di tutte le nazionalit\u00e0, a volte isolati, a volte in gruppi numerosi,; alcuni di vecchio tipo, altri nuovissimi, forse ancora in rodaggio. E la colonna a piedi si faceva sempre pi\u00f9 lunga, pi\u00f9 numerosa, pi\u00f9 lenta. I nostri \u201c626\u201d finirono tutti da veri soldati: con quaranta uomini sul cassone, dieci nella cabina, un cannone da 75 al traino ed altri uomini aggrappati a questo, marciarono per giorni e giorni, senza il pi\u00f9 piccolo guasto, fino a che le ultime gocce di benzina non mettevano il rantolo della morte nei loro cilindri. Allora si fermavano ai margini della pista, tra le sagome grigioverdi dei caduti e le carogne scheletriche dei cavalli. Accomunati dallo stesso destino. Pi\u00f9 fortunati furono quelli colpiti dalle granate dei carri armati o incendiati dalle mitragliere degli aerei; pi\u00f9 sfortunati quelli che dovemmo abbandonare di proposito per dare ad altri qualche chilometro in pi\u00f9 di vita. Al decimo giorno dall\u2019inizio del ripiegamento, dei sessanta automezzi del II gruppo non ne rimaneva che uno: Carolina. Portava a rimorchio il cannone superstite (pressoch\u00e9 inefficiente perch\u00e8 il terribile gelo ed i troppi colpi sparati ne avevano guastato i congegni di recupero) ed un impossibile grappolo di uomini addosso. Non altro, perch\u00e8 anche le provviste di viveri erano finite da parecchio e non ci rimanevano che un sacchetto di zucchero da mescolare con la neve ed alcuni litri di cognac. Sembrava inverosimile che quel motore e quel telaio riuscissero a tirare avanti con tutto quel carico. E per quanto ancora? Quanta benzina rimaneva? Purtroppo la risposta a queste domande non tard\u00f2 a venire. Alle undici di sera del 31 dicembre, sotto il cielo stellato ed in un paesaggio smaltato dalla luna, anche Carolina si ferm\u00f2. Aveva potuto marciare sino a quel momento perch\u00e8 la previdenza dell\u2019autiere aveva messo da parte, in tempi migliori, una piccola riserva di carburante. Ora tutti i kanisters erano vuoti, e lo sapevamo. Provammo, tuttavia, a rovesciarli ancora una volta nell\u2019alimentatore, per spremere le ultime gocce. Nulla. Solo il kanister del cognac opponeva alle nostre braccia stanche il peso consistente del suo contenuto. Qualcuno, timidamente, fece un\u2019assurda proposta e subito, senza esitazioni e senza parole, il cognac fu versato nel serbatoio. Ma non valse a rianimare il cuore generoso di Carolina: pochi starnuti bolsi furono la sola risposta alle nostre speranze. Poteva Carolina! Portammo via il distributore del suo spinterogeno con la stessa mestizia con cui chiudevamo gli occhi ai morti. Quel distributore e l\u2019otturatore del cannone erano ormai gli unici ricordi tangibili del nostro gruppo di artiglieria. Ma la storia di Carolina non termina qui. Difatti quella stessa notte raggiungemmo \u2013 inaspettatamente \u2013 le linee amiche, e l\u2019indomani una nostra pattuglia recuper\u00f2 Carolina ed il suo cannone. Due giorni dopo Carolina volle testimoniarci la sua riconoscenza con un regalo: dal suo cofano per attrezzi vennero fuori un\u2019oca morta ed una gallina agonizzante. Bench\u00e9 non fosse stato possibile stabilire la data di decesso dell\u2019oca, un ottimo brodo attenu\u00f2 la nostra fame arretrata; la gallina, sottoposta a speciali cure, si riebbe e ci serv\u00ec in seguito. Di l\u00ec a qualche tempo il II gruppo venne riorganizzato ed ebbe nuovi autocarri. Tuttavia Carolina era considerata il solo \u201cnostro\u201d automezzo. Non potevamo fare a meno di pensare che, se i superstiti del gruppo erano riusciti a rompere l\u2019accerchiamento, era in gran parte merito dei nostri automezzi. Fin che avevano potuto, essi ci avevano dato la mobilit\u00e0 indispensabile al combattimento, avevano trainato i nostri pezzi permettendoci di tenere a bada i carri armati, erano stati un\u2019isola di salvezza nel marasma che tentava di travolgerci, e ci avevano fatto economizzare preziose energie. Per questo, Carolina era per noi molto pi\u00f9 di un autocarro. certo era buffo vederla camminare, cos\u00ec ridotta: sparita ogni sovrastruttura, perso il tubo di scarico, le centine contorte, il cassone deformato; e, inoltre, il treno posteriore spostato lateralmente di un palmo, cos\u00ec che ne risultava un\u2019andatura di sbieco che ricordava molto quella dei cani. tuttavia a noi sembrava bella lo stesso e ci bastava sentirla cantare con la voce piena dei sui sei cilindri \u2013 come se il suo motore fosse uscito allora dalla fabbrica \u2013 perch\u00e8 nascesse in noi la speranza di dimenticare, un giorno, ci\u00f2 che era stato. Carolina rientr\u00f2 in Italia con noi, su un pianale agganciato alla nostra tradotta. Trecento uomini e un autocarro: tutto quello che restava nel nostro reggimento. Sottotenente <strong>Gino Papuli<\/strong> II gruppo 120\u00b0 reggimento artiglieria motorizzato<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>G. 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